I personaggi del Corriere

Carla Badiali la donna e l’artista

Artista di fama, c’è chi dice sia stata la vera iniziatrice del filone astrattista comasco nella pittura. Disegnatrice tessile di successo, con clienti di grandi griffe in tutto il mondo. Sono i tratti distintivi di Carla Badiali, di cui ricorre oggi il ventennale della morte. C’è un terzo livello, intimo e privato, che concorre a definirne la figura e s’interseca con i primi due. È quello di donna e madre, che i due figli, Carlo e Pierpaolo Nahmias, avvocato l’uno e architetto l’altro, accettano
di tratteggiare nell’intervista che segue. Ne esce un ritratto, per certi versi inedito, forte di una marcata umanità.
Occorre però inquadrare chi era Carla Badiali. Nata a Novedrate il 9 novembre 1907, dopo aver trascorso l’infanzia in Francia, con la famiglia, a Saint-Etienne, di ritorno a Como aveva completato gli studi al Setificio. Lavorò dapprima nello studio di Gualdo Porro, che produceva disegni per cravatteria e per tessuti stampati; poi in quello di Balbis e Bari. Infine si mise in proprio. Interruppe la sua attività durante la guerra e la riaprì nel 1948 in via Prudenziana (sua l’immagine che guarda Como, sopra, accanto al titolo) e poi in via Rezzonico.
Tra i suoi clienti tanti big, uno su tutti: Givenchy, oltre alle maggiori seterie comasche e non, quale la divisione tessile di Miroglio.
In parallelo, Carla Badiali dipingeva. Faceva parte del gruppo storico degli astrattisti lariani: Manlio Rho, Mario Radice, Aldo Galli (l’altro gruppo era quello che aveva come riferimento la Galleria del Milione, a Milano). Aderì all’esperienza di “Valori primordiali”, poi al manifesto del “Gruppo primordiali futuristi Sant’Elia”, i cosiddetti futuristi di seconda generazione. Espose, unica donna, alla Biennale di Venezia del 1942, dove tornò, invitata, nel 1966.
Visse gli orrori della guerra stando dalla parte della Resistenza. Sposò di nascosto, una sera del 1944 durante l’oscuramento, Alessandro Nahmias, di origini ebraiche. Entrambi furono arrestati; lei era in attesa del figlio Carlo. Con uno stratagemma riuscì a farsi trasferire dal carcere di San Vittore al Policlinico di Milano e da lì fu aiutata a fuggire. Ebbe tre figli: Carlo (1945), Pierpaolo (1947) e Paola (1948). Il marito fu deportato a Mauthausen, da dove riuscì a tornare vivo.
Ecco il colloquio con i fratelli Nahmias.
Cosa resta di vostra madre a vent’anni dalla sua morte nella vita di uomini adulti che oggi conducete?
«L’idea del confronto, della discussione. Mostrava spesso i lavori che faceva. Io li mettevo in camera – dice l’architetto Pierpaolo – poi li cambiavo. Era una specie di gioco».
Chi legge la biografia di Carla Badiali è colpito dalla sua modernità: era l’unica donna in un cenacolo di artisti in anni decisamente maschilisti.
«Questo le pesava molto. Si lamentava sempre che non le venisse riconosciuto un ruolo per il fatto di essere donna. Anche nel dopoguerra si accorgeva che soltanto gli uomini andavano avanti. Raccontava di un collezionista convinto di incontrare un “Carlo” Badiali…».
Vostra madre aveva una personalità spiccata. Come definireste il suo carattere?
«Era molto decisa e aveva idee chiare. Disponeva di notevoli doti organizzative, sia in casa, sia nel suo studio professionale. Dava l’idea di essere una donna che non aveva tempo da perdere. Grazie alla ferrea organizzazione riusciva a fare ciò che doveva. Ma non mancava di umanità. Insegnava il mestiere a tutti e molte delle sue “ragazze” le sono rimaste legate».
Com’era in casa e in famiglia, faceva la mamma, cucinava?
«Faceva di tutto e noi possiamo dirlo perché quando si è piccoli, se trascurati, non si perdona… Aveva un aiuto soltanto per stirare. La sua torta di mele era indimenticabile. Ci ha sempre dato la massima libertà, pur con le raccomandazioni di ogni mamma».
Cosa raccontava della sua passione per la pittura, a cos’era dovuta?
«Il nonno notò la sua passione per gli scarabocchi da bambina. Le regalò una cassetta di colori a olio. Da lì partì tutto. La mamma, d’altronde, amava anche la musica, suonava il pianoforte. Nel suo studio, dove arrivò ad avere anche venti lavoranti, proponeva pause musicali e culturali, leggeva ad alta voce brani di romanzi. Voleva comunicare, forse voleva anche educare».
Come mai era stata catturata dall’astrattismo?
«Con gli altri del gruppo comasco frequentava la Galleria del Milione a Milano, dove arrivavano riviste d’avanguardia. Iniziò a studiare e a sperimentare l’astrattismo e ne fu affascinata. Ripudiò i suoi primi quadri, di paesaggi. Girava quei dipinti verso il muro», spiega l’avvocato Carlo Nahmias, mostrandone uno che tiene nel suo studio.
Aveva altri interessi, come viveva il suo lavoro nel campo del disegno tessile?
«Era tutta arte e famiglia. Con papà distrutto dalla prigionia a Mauthausen, era lei il vero capofamiglia. Ogni tanto desiderava andare al mare. La volta che, dopo tanti anni, riuscì ad affittare una casa all’Isola d’Elba, toccò il cielo con un dito. Assieme a Carla Porta Musa fondò il Soroptimist, club di servizi per donne. Voleva emancipare le donne. Nel lavoro riusciva bene. C’era un certo Mister Gold che veniva in auto fin da Londra per acquistare i suoi disegni…».
Cosa ricordate degli anni della sua vecchiaia: c’era una costante?
«Non rinunciava ai suoi collage con cartoncini colorati. Fin quando ce l’ha fatta ha elaborato».
Era legata a Como, nel senso di appartenenza a questa città?
«Era molto schiva. A casa nostra veniva poca gente. Ricordiamo il giornalista e scrittore politico Vittorio Foa, l’artista Mario Radice. La mamma amava molto via Prudenziana. Ai tempi in cui aveva lì lo studio di disegni era un luogo di campagna illuminato dal sole, dove lei teneva l’orto. Amava il lago, era una brava nuotatrice e non disdegnava qualche tuffo in acqua».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un ritratto dell’artista
7 Febbraio 2012

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