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La giovane di Mariano
Intervista all’avvocato Pasquale Cofrancesco: «Se penso alla sfortuna di quella creatura…»

Teresa aveva soltanto sedici anni. Era una bella ragazza, alta e bionda. Studiava all’istituto Jean Monnet di Mariano Comense. Quel 18 giugno 2003 si affacciava all’estate e alla vita, che con lei era già stata crudele. Quando era molto piccola la mamma era morta.
Teresa Lanfranconi stava con gli zii nella città brianzola. Così aveva voluto il papà, che lavorava a Como. Quel giorno lasciò il negozio di fotografia e di ottica dei familiari prima del solito. Andava verso casa. Voleva prepararsi

per una festa di compleanno e siccome doveva imbucare una lettera prese una strada diversa, via dei Vivai, il vicolo che costeggia i binari delle Ferrovie Nord. Lì era in agguato la sorte più tragica e crudele: la morte per mano assassina.
Ricostruiamo quel terribile evento ricordando la povera giovane con l’avvocato Pasquale Cofrancesco, che tutelò la memoria di Teresa e gli interessi della famiglia (le cosiddette parti civili) in tutte le fasi processuali, dopo che fu identificato e arrestato l’omicida, Giovanni Gambino, un ragazzo di vent’anni.
Il legale, molto noto e con grande esperienza alle spalle – ha esercitato la professione dal 1953 fino al 2011 ed è stato impegnato in migliaia di processi – parla con grande umanità di Teresa nel suo inconfondibile accento campano di Benevento: «Se penso alla sfortuna di quella creatura? Uccisa con un coltellino che l’ha colpita proprio alla giugulare».
Torniamo a quegli istanti di dieci anni fa, un mercoledì. In via dei Vivai, verso le 18.30, Teresa subì l’approccio di Gambino, che aveva precedenti specifici. Reagì al tentativo di violenza. Tra le mani del giovane spuntò il coltellino. Dei tre fendenti, alla spalla, all’addome e al collo, quest’ultimo fu fatale. L’omicida si diede alla fuga.
Avvocato, lei fu contattato dalla famiglia. Cosa ricorda di quei primi momenti?
«Lo zio della povera ragazza era amico mio. Io provai uno sconforto particolare. Inizialmente non pensai a un maniaco, la situazione pareva indecifrabile. Poi si riuscì a dipanare la vicenda».
Due ore e mezza dopo il delitto, la borsa di Teresa fu ritrovata in una toilette della Stazione Centrale di Milano. Mancavano i soldi e il telefono cellulare. Un’intuizione portò alla rapida soluzione del caso. I genitori di Giovanni Gambino, di Anzano del Parco, chiamarono la stazione dei carabinieri di Erba per segnalare l’assenza da casa del figlio. Il comandante Luciano Gallorini collegò i due fatti. Una telefonata al giovane per informarlo che i familiari erano in ansia permise di stabilire in quale zona fosse: la cellula agganciata era quella di Peschiera del Garda. Gambino mise giù: “Mi sto divertendo moltissimo”. I carabinieri partirono a botta sicura per Gardaland.
Lì, sulle montagne russe, bloccarono il giovane omicida due giorni dopo la tragedia. Con sé aveva il telefono di Teresa. All’uscita dalla caserma di via Salvo d’Acquisto, a Mariano, alla sera una ventina di persone tentò il linciaggio.
Gambino aveva già molestato altre ragazze e sei mesi prima, in dicembre, era stato arrestato proprio per aver aggredito una commessa nel sottopasso di un centro commerciale di Erba. Quarantott’ore dopo, però, era stato rilasciato. E la notte prima dell’omicidio aveva dormito abusivamente in una scuola di Mariano. Scoperto, anche in questo caso, era stato identificato e lasciato libero.
Lo zio di Teresa si sfogò: “Ce l’ho con chi sapeva che lui era malato, che importunava le ragazze e non ha fatto nulla per evitare questa tragedia. L’assassino di Teresa aveva già dato chiari segnali. Doveva e poteva essere fermato prima”.
Avvocato, all’epoca vi furono polemiche riguardo a tutto questo?
«È estremamente delicato commentare questi aspetti, soprattutto ex post. Nell’immediato le situazioni sono inquadrate diversamente. Chi pensa a eventuali futuri accadimenti tanto gravi?».
Insisto: non fu un caso in cui i cittadini si sentirono traditi, avvertirono la giustizia lontana, in definitiva si ritrovarono privi di certezza del diritto?
«Più che una questione di giustizia ingiusta, quello fu un problema di carattere sociale. Ci si sarebbe dovuti comportare più accortamente in maniera diversa? Ma, ribadisco, non ha senso sostenere tutto questo a ritroso».
Le forze dell’ordine, nello specifico i carabinieri, agirono con grande capacità di intelligence. Ebbero fiuto nell’individuare il colpevole del crimine e nel bloccarlo.
«Sì, quello che inizialmente sembrava un caso difficile da dipanare trovò soluzione grazie all’intuizione del maresciallo Gallorini e il responsabile venne assicurato alla giustizia. Io mi sentivo coinvolto nel dolore della famiglia di Teresa ed esternai la mia rabbia a un giornalista nell’immediatezza della sentenza di primo grado: “Tutto questo, la sentenza che verrà, non rappresenterà comunque un elemento di soddisfazione per la famiglia – dissi – Non lo sarebbe nemmeno l’ergastolo”».
Lei si oppose in tutti i modi alla seminfermità, poi riconosciuta a Gambino. In aula disse: “Dagli atti emerge che Gambino era in grado di orientarsi e di conoscere chiaramente quali fossero le conseguenze del suo gesto”. Ma nel contempo, riguardo alla sentenza, precisò: “Siamo non dico a un livello soddisfacente, ma quasi”.
«Mi riferivo naturalmente all’aspetto squisitamente giudiziario, non certo morale. Io nominai come consulente tecnico il professor Emanuele Rossella. Sostenni tesi contrarie alla seminfermità e lo stesso fece il gip Vittorio Anghileri».
Alla fine, il 6 maggio 2004, Gambino fu condannato a 18 anni e 4 mesi. Il pm aveva chiesto vent’anni dopo il riconoscimento della seminfermità in base a una perizia che certificava in Gambino uno sdoppiamento di personalità e tenuto conto del rito abbreviato.
Il 6 giugno 2005 la Corte d’Assise d’Appello di Milano ridusse la pena a 17 anni e 8 mesi. L’omicida di Teresa è stato in carcere a Vigevano; ora è nell’ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere (Mantova) da dove potrà uscire solo se riconosciuto “clinicamente guarito” e quindi non più pericoloso.
Avvocato, c’è chi teme che l’omicida di Teresa possa presto tornare libero e rappresentare un pericolo.
«Vede, la maggior parte dell’opinione pubblica non si rende conto di cosa significhi “ospedale psichiatrico giudiziario”. Io ho avuto clienti che sono finiti lì e sono ancora lì. Se ne può uscire solo ipoteticamente. Difficilmente il medico si assume la responsabilità di dire che chi si trova in quella condizione è guarito; i giudici di sorveglianza difficilmente certificano che dispone della capacità attuale di intendere e di volere. Finora io non ho mai visto qualcuno uscire libero da una struttura di quel tipo».
Lei è rimasto in contatto con i familiari di Teresa?
«Resta la cordialità della relazione passata, ma i contatti si sono persi. E questo accade, comprensibilmente, perché il contatto con il difensore evoca il ricordo e riapre una ferita che tuttora sanguina. Per questo si cerca di omettere la frequentazione».
Per ricordare la giovane le sue compagne di allora hanno organizzato un concorso fotografico: “Gli occhi blu di Teresa”. L’istituto Jean Monnet le ha dedicato un’aula. A Mariano Comense si attende che una targa la ricordi nella strada in cui fu uccisa.

Marco Guggiari

Nella foto:
Sopra e a sinistra, due primi piani di Teresa Lanfranconi, uccisa dieci anni fa