Bertolino durante lo spettacolo di Capodanno al Teatro Creberg

«Il Lago di Como? Vendiamolo agli americani. Magari qualcosa di buono fanno». Parola di Enrico Bertolino. Il cabarettista e conduttore televisivo ha salutato l’anno nuovo con lo spettacolo “Buon 2042” al Teatro Creberg di Bergamo. Prima di salire sul palco Bertolino ha parlato con il “Corriere di Como”, affrontando temi generali e questioni della nostra città, che ben conosce.
Subito un avviso perentorio. «Mi manca il Capodanno al Teatro Sociale – dice – Consideratela una minaccia, ma io tra 2017 e 2018 vorrei fare lo spettacolo di San Silvestro a Como, visto che in Lombardia sono stato un po’ ovunque. E poi sono legato al Lario, e Bellagio, a Limonta, dove ho passato la mia adolescenza; una tesi di un diploma di laurea l’ho dedicata a Mandello».
Nel loro “Instant theatre” Bertolino e l’autore Luca Bottura affrontano temi d’attualità: rispetto a ciò che accade disegnano uno spettacolo. Lo stesso stile con cui il cabarettista parla di Como e dei suoi problemi a partire dalla vicenda-paratie: «Purtroppo è un fenomeno italiano: non capisco perché in Svezia e Danimarca per fare un ponte tra Malmoe e Copenaghen hanno impiegato pochi anni. Noi siamo ancora qui a ragionare di paratie a Como, del Mose a Venezia per l’acqua alta, che in questi giorni è così bassa che le gondole non riescono a muoversi».
«Se non sappiamo valutare il nostro patrimonio chi deve farlo? Vendiamo il lago agli stranieri, agli americani, che magari qualcosa fanno, come per la Fondazione Rockefeller a Bellagio. Il Lario agli americani, Ventimiglia ai francesi, Trieste agli sloveni…. e pensare che noi potremmo fare meglio».
Un’altra vicenda che ha toccato pesantemente la nostra città è quella dei migranti. «Quella di Como è una realtà difficile, che capisco; una situazione che vale per tutti i posti di frontiera. Ma non si possono fare i muri. L’unico lo costruirono gli spagnoli a Milano: allontanò un bel po’ di gente, ma nel 1630 tenne dentro la peste. Non dimentichiamo che la migrazione non è un fattore provinciale: è geopolitica. Ciò significa che devi prima leggere la geografica e poi fare politica, non devi fare politica sfruttando la geografia».
Altro annoso problema comasco, il traffico. «Avete un girone che è come una rotonda: se sbagli un’uscita rientri due anni dopo – risponde sorridendo Bertolino – Può essere un modo per conoscere la città. Magari alla terza volta in cui sbagli potrebbero darti una bambolina. Al di là delle battute, penso che su questo fronte serva coscienza civica. Il traffico va ridotto con strade disegnate bene, e con persone che è meglio che lascino la macchina a casa, se devono fare un tragitto di 500 metri. I figli vanno portati a scuola a piedi, così respirano l’aria del lago che fa bene e non quella dei Suv, che fa male».
Uno spettacolo, quello di Enrico Bertolino e Luca Bottura, a cavallo tra 2016 e 2017, tra bilanci e speranze per il nuovo anno.
«Il 2016 è stato un anno faticoso, come del resto sarà il 2017. La strada è in salita, ma è sempre meglio che scendere. Quando sali è meno pericoloso e ti poni obiettivi; quando scendi si crea una inerzia pericolosa e ti fanno male le gambe. La cosa più importante è porsi obiettivi che non vadano oltre le proprie capacità: è questa è la sfida».
E che Italia ha incontrato Bertolino nel suo cammino? «In molti sono portati a credere che questo sia un Paese senza cultura, con una televisione che lo rappresenta sempre più trash. Un Paese con aziende che in apparenza sono italiane e che sono state vendute agli stranieri. Ma io ho fiducia negli italiani e nei loro… attributi. Da cosa ripartire? Da un principio-cardine del teatro, la vicinanza. La politica per prima deve ricominciare da un contatto immediato con la gente».

Massimo Moscardi