Il centro sportivo "Mario Beretta" di Orsenigo

Il centro sportivo “Mario Beretta” di Orsenigo

La guardia finanza di Como (Nucleo di polizia economico finanziaria e sezione di polizia giudiziaria), su richiesta della Procura e accolta dal giudice delle indagini preliminari, si è presentata questa mattina al cospetto dell’ex presidente del Como (Pietro Porro) e dell’ex vicepresidente (Flavio Foti) per notificare una ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari.

È questo lo sviluppo dell’indagine curata dal pm Pasquale Addesso nata dopo il fallimento della società di calcio della città avvenuto – con sentenza del Tribunale – il 21 luglio 2016.

Le accuse per i due arrestati parlano di bancarotta per distrazione e dissipazione e bancarotta preferenziale. Contestazioni che ruotano attorno a due macroquestioni che avrebbero influito in modo pesante nell’aggravare il dissesto della società di calcio.

La prima è ovviamente quella del centro sportivo di Orsenigo, «unico cespite immobiliare del Calcio Como» passato alla S3c (società che deteneva il 99% delle quote) in un momento in cui la società era già in sofferenza. Un valore di 3 milioni e 200 mila euro cui però fece seguito un ridotto flusso finanziario in ingresso.

L’altra grande questione al centro dell’inchiesta è stata quella del marchio del Calcio Como, periziato 90mila euro (dal consulente del Curatore fallimentare) ma inserito a bilancio dal club azzurro per 700mila euro dopo la cessione alla S3c e riacquistato pochi mesi dopo dallo stesso Calcio Como per 900mila euro.

Non è tutto, perché nelle accuse della Procura di Como, che ha indagato sugli ultimi due anni prima del fallimento, quelli appena riportati sarebbero stati non «episodi isolati» bensì parte di una mala gestione che ha caratterizzato tutto il periodo in esame.

Nel mirino pure fatture per operazioni ritenute inesistenti contabilizzate dal Calcio Como ed emesse da una società – la S3c (perquisita questa mattina dalla guardia di finanza) – che non aveva la disponibilità né di strutture né di personale dipendente per poter effettuare le prestazioni indicate.

C’è poi un’altra grande accusa formalizzata dall’ordinanza di custodia cautelare. È quella che riguarda la protrazione dell’attività della srl dopo aver azzerato il patrimonio sociale omettendo nello stesso tempo di adottare un qualsiasi provvedimento utile a ripianare le perdite, ricapitalizzando oppure mettendo tutto in liquidazione. In questo modo lo stato di insolvenza e la conclamata situazione debitoria avrebbero raggiunto la cifra «non inferiore a euro 6.507.538,98».

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