Indagine della Dda di Milano

Indagine della Dda di Milano

Erano finiti nelle indagini della Dda quasi per caso. L’Antimafia, che stava lavorando attorno alle estorsioni e ai pestaggi che sconvolgevano piazza Garibaldi a Cantù, aveva notato – in uno dei tanti pedinamenti – presunti affiliati alla Locale di ‘ndrangheta di Mariano Comense, fermarsi spesso in un appartamento di Cabiate, in viale Repubblica. Tanto era bastato per incuriosirsi e allargare l’indagine anche a chi frequentava quei locali.

Nacque così una importante costola dell’inchiesta sulla movida canturina, dedicata esclusivamente allo spaccio di droga. Già, perché quell’appartamento altro non era che la base operativa di un gruppo di calabresi di San Luca attivi nell’importazione e nello spaccio di cocaina. Proventi che poi partivano dalla Brianza per raggiungere proprio San Luca, in Calabria, per finanziare attività illecite legate alla criminalità organizzata.

Anche per questo ramo dell’indagine, la Dda ha chiesto al giudice delle indagini preliminari di Milano la fissazione del giudizio immediato. In otto si ritroveranno in aula nel prossimo mese di luglio (a Como), sempre che le difese non preferiscano affidarsi all’Abbreviato. In tal caso – per chi farà questa scelta – verrà fissata un’altra data d’udienza.

E se Cabiate era il centro nevralgico dell’attività di spaccio, non mancavano le succursali: una era una pizzeria di Seregno e un’altra era a Mariano Comense, dove veniva tenuta l’auto con l’ampio doppio fondo che serviva per il trasporto di droga e contanti. L’Associazione aveva a disposizione anche una serie di apparecchiature per rendere difficoltose eventuali intercettazioni, come disturbatori di frequenze o strumenti per captare eventuali cimici.

Precauzioni inutili, visto che gli inquirenti sono riusciti comunque a stringere il cerchio attorno alla banda che parlava e comunicava solo con telefoni muniti di un particolare sistema di messaggistica che rendeva inutile ogni tipo di attività tecnica.
I soldi dello spaccio della cocaina finivano poi, come detto, in Calabria, proprio a San Luca, non in auto ma in pullman, ennesimo espediente per evitare controlli da parte delle forze dell’ordine.

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