Lo sguardo dell’Unione Europea sulla Svizzera torna a farsi cattivo. Mentre i tempi della crisi politica italiana allungano di un paio d’anni la ratifica dell’accordo fiscale che avrebbe dovuto rivoluzionare il regime di tassazione dei frontalieri. Nei giorni scorsi la Commissione Ue ha confermato di lavorare su una nuova “black list” di paradisi fiscali. Bruxelles sta contattando una novantina di Paesi – fra cui la Confederazione Elvetica – per avviare una fase istruttoria. La notizia è stata data giovedì dal quotidiano finanziario tedesco Handelsblatt che ha anche spiegato l’obiettivo dell’Unione: stilare un elenco di Stati e territori non cooperativi dal punto di vista della politica tributaria».

A Berna le reazioni su questo nuovo passo della Commissione Ue sono state improntate alla massima cautela. Le autorità elvetiche tendono a escludere una nuova inclusione della Svizzera nelle black list europee. Secondo il capo della segreteria di Stato per le questioni finanziarie internazionali, Jörg Gasser, «la Svizzera ha fatto i suoi compiti. Inoltre l’abolizione dei regimi fiscali particolari è già stata pianificata». Resta tuttavia un margine, seppure piccolo, di incertezza. Che contribuisce in parte ad alimentare il clima di tensione già elevato nelle regioni di confine, e in particolare in Ticino.

Nel cantone di lingua italiana si continua a discutere sulla possibile applicazione dell’iniziativa “Prima i nostri”. Una speciale commissione del Gran Consiglio (il Parlamento di Bellinzona) sta lavorando da mesi sfornando proposte più o meno realistiche, ma sempre improntate a un evidente sentimento anti-italiano. Anche l’ultima decisione del dipartimento Istituzioni del Cantone, relativa all’informatizzazione delle procedure di rilascio dei permessi per i frontalieri e per coloro che vorrebbero trasferire la propria residenza in Ticino, ha suscitato qualche malumore. Soprattutto per la scelta di delegare l’ultimo passaggio della pratica agli uffici di polizia. In realtà, il problema più grande appare lo stallo in cui è piombato l’accordo siglato ormai quasi due anni fa (il 23 febbraio 2015) in Prefettura a Milano dal negoziatore italiano Vieri Ceriani e l’allora consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf.

Un’intesa subordinata, per la parte riguardante i ristorni e il regime fiscale dei frontalieri, al ritiro dell’obbligo di presentare la fedina penale imposto dal governo cantonale agli stessi frontalieri e ai cittadini italiani all’atto del rinnovo del permesso di lavoro o di soggiorno. «L’accordo è stato sottoscritto formalmente, in termini tecnici si dice parafato – afferma Alessandro Tarpini, responsabile nazionale Cgil per le politiche del frontalierato – ma l’Italia ha sempre chiesto che cessassero i limiti alla libera circolazione. Il fatto è che questo accordo, almeno a mio giudizio, non è più all’ordine del giorno. E certamente non sarà portato in Parlamento prima della fine di questa legislatura». Colpa della crisi del governo Renzi, ma anche del clima politico più generale. «Le nostre aree di frontiera stanno diventando una specie di laboratorio di quanto avviene in tutto il mondo – dice Tarpini – È di nuovo in discussione la possibilità di muoversi liberamente. Le frontiere sono tornate a essere muri».

Dario Campione