«Nonostante i proclami delle forze politiche ticinesi ostili alla presenza dei lavoratori stranieri, i frontalieri comaschi sono ricercati dalle aziende, soprattutto per le mansioni più qualificate». Carlo Maderna, responsabile dei frontalieri di Como per la Cisl dei Laghi, commenta così gli ultimi dati dell’Ufficio federale di statistica.
Numeri che attestano, qualora ce ne fosse bisogno, quanto i lavoratori italiani – cresciuti del 4,9% nel volgere di 12 mesi – siano appetibili per le imprese e le società del Canton Ticino.
Dei 65mila frontalieri italiani attivi nel vicino Cantone, la maggior parte sono varesini (oltre 26mila) e comaschi (circa 25mila), seguiti da oltre 5mila piemontesi che risiedono nella provincia di Verbano-Cusio-Ossola, dai lecchesi e dai residenti nella provincia di Sondrio.
«Incontro spesso persone che vorrebbero andare a lavorare in Svizzera e mi chiedono informazioni su come funziona il mondo del lavoro al di là del confine, in particolare sui regimi pensionistici e sulla tassazione – afferma Maderna – Ma vedo anche frontalieri che sono stati lasciati a casa dall’oggi al domani, perché in Svizzera si può. Sono le due facce della stessa medaglia, una positiva, le opportunità di lavoro, l’altra negativa, il rischio di perdere il lavoro senza avere tutele».
Sui frontalieri pesa anche l’incognita del salario minimo, la cui introduzione è stata chiesta dai Verdi che hanno promosso e vinto il referendum “Salviamo il lavoro in Ticino”, che si è svolto il 14 giugno del 2015, con la vittoria dei sì, che sono stati il 54,7%.
Entro metà novembre il Consiglio di Stato (il governo ticinese) dovrebbe decidere che tipo di salario minimo proporre per il vicino Cantone. Verdi e sindacati ticinesi chiedono che non sia inferiore ai 3.500 franchi al mese, le associazioni imprenditoriali non sono disposte a superare i 3mila franchi.
«Per i frontalieri il salario minimo rischia di essere un’arma a doppio taglio – spiega Maderna – Da una parte eleverebbe le retribuzioni più basse, dall’altra potrebbe indurre le aziende a licenziare i frontalieri, divenuti troppo costosi. E poi potrebbero lasciare a casa i lavoratori con gli stipendi più alti per poi riassumerli con la paga minima».