gaetano_orazio_autore_smallL’AUTORE
Tra i suoi estimatori Philippe  Daverio e Claudio Magris
Nato ad Angri, in provincia di Salerno, nel 1954, Gaetano (nella foto, click per ingrandire) vive e lavora nella Brianza lecchese. Entrato in fabbrica a 15 anni, è orgogliosamente autodidatta, ed è anche poeta, oltre che pittore. Espone in collettive e personali dal 1990. Tra gli  estimatori, c’è il critico d’arte e conduttore televisivo Philippe Daverio. Del lavoro di Orazio ha scritto anche il saggista e narratore Claudio Magris: «Una simbiosi creativa di parola e immagini che rende proprio quel senso dei valori profondissimi della semplicità, dell’innocenza, che soli possono in qualche modo aiutarci a fronteggiare la ferocia del mondo». Il suo sito Internet è www.gaetano-orazio.it

 

gaetano_orazio_opera_smallL’OPERA
Un tuffo nel lago per rispondere alla “chiamata”
Resine su cui soffia frammenti di colore, per fissare in una liquida eternità poetiche immersioni in acque lacustri dal significato battesimale. Ma nell’atelier, ricavato da un’ex manifattura, ci sono  anche opere dipinte in mezzo a un torrente e firmate a quattro mani con le sue acque. E ragnatele raccolte su carta adesiva in tempi remoti, per creare arcani arabeschi. Più  vecchie porte e frammenti di arazzi segnati dal tempo, su cui scrivere poesie. Grovigli di acrilico che raccontano nidi, rovi e grovigli di sterpi. E carte catramate il cui impiego originario era l’edilizia e che, con una fiammata, diventano il nero sfondo di un tramonto della brughiera lombarda.
Gaetano, artista quantomai libero, è   pittore in profonda sintonia con la natura “maestra di vita”, da contemplare con la serenità millenaria di un “trovante”,  i massi erratici raccontati dal naturalista lecchese Antonio Stoppani. Un “trovante” che però chiede di essere “trovato” dal senso della vita. Lo fa con uno sguardo di fanciullo curioso  allo stadio dei “perché” e quindi ogni giorno nuovo, innamorato del mondo che si profila alla soglia dei  suoi occhi.
«Ognuno deve rispondere alla chiamata che lo attende», dice Orazio. Che dopo una vita da operaio ne  sperimenta un’altra da artista, apprezzato anche da  Giovanni Testori.  Crea soprattutto nelle ore serali, ma le idee arrivano durante i dormiveglia del mattino, quando ogni cosa trasuda di verità senza mediazioni, senza inutili artifici  retorici. Così interroga l’abisso con l’ingenuità di un bambino. E il suo amore per il territorio lariano di adozione lo esprime in un inno incessante al  paesaggio, o almeno a ciò che ne rimane dopo le trasformazioni imposte dall’uomo.

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