«Como non crede fino in fondo alle sue potenzialità» Stampa E-mail
Martedì 08 Marzo 2011
La donna e il lavoro secondo Barbara Minghetti, che dirige il Teatro Sociale
Incontro Barbara Minghetti alla vigilia del suo viaggio a Londra dove partecipa al Consiglio di “Opera Europa”, organismo che rappresenta tutti i 110 teatri d’opera del vecchio continente.
Accetta pazientemente di posare per il fotografo nel “suo” Sociale, illuminato come nelle grandi occasioni per “Opera domani”, progetto di educazione musicale rivolto ai bambini, che ha al centro il “Nabucco”.
I ragazzi sono appena sfilati via da palco e platea, dove hanno cantato in coro l’Inno di Mameli, lasciando tutti con gli occhi sgranati. «Sentirli fa bene – dice lei – e fa capire quanto valga la pena lavorare in questa direzione».
Milanese di origine, 46 anni, è a Como da 18. «E lo sono felicemente, in controtendenza...», dice sorridendo. Diplomata al liceo scientifico, è laureata in Filosofia all’Università Statale di Milano con una tesi di psicopedagogia sull’influenza dell’arte nei bambini. Ha due matrimoni alle spalle ed è mamma di due ragazzi, un maschio e una femmina.
Dopo aver frequentato la Scuola del Piccolo Teatro di Milano è diventata operatrice culturale. Ha lavorato, tra l’altro, con la Biennale di Venezia. Ha seguito per anni la kermesse “Milanopoesia”, che ricorda tra le sue esperienze più significative, insieme con quella che l’ha vista a fianco del critico teatrale Franco Quadri («Mi ha fatto amare il teatro»).
Dirige il Teatro Sociale di Como ed è presidente dell’As.li.co. (Associazione lirica concertistica italiana). Non lo dice, ma ha già vinto la scommessa sul rilancio del massimo teatro cittadino, appena pochi anni fa in crisi e sull’orlo della chiusura e oggi più che mai vivo in tutte le sue espressioni.
Merito del presidente della Società dei Palchettisti, il notaio Francesco Peronese, che ha creduto nella sfida.
Merito del grande lavoro di Barbara Minghetti. «Merito della squadra», precisa lei. Un team formato soprattutto da donne. E proprio della donna, per la ricorrenza dell’8 marzo, chiacchieriamo assieme nella Sala Pasta, così denominata in onore di Giuditta, la grande cantante lirica - e non solo - dell’Ottocento.
Lei è una delle donne comasche in posizione di rilievo. Come le sembra, da questo punto di vista, il panorama locale femminile?
«Ce ne sono tante altre e di alcune sono amica. Penso a Marisa Cesario, comandante dei vigili del fuoco, o ad Annarita Polacchini, amministratore delegato di Asf. Lo trovo naturale e spero che sia così per tutti. Mi capita spesso di essere in teatri europei, dove le donne hanno ruoli di livello».
Visto dall’esterno, il contesto della cultura e dello spettacolo sembra tra i più paritari per uomo e donna. È così?
«Forse questo avviene anche perché il pubblico del teatro è in prevalenza femminile. Noi donne, poi, siamo d’indole multidisciplinare, dovendo sempre fare molte cose insieme e questo ben si addice alle tante sfaccettature del mondo dello spettacolo che presenta spesso problematiche da risolvere all’improvviso. Da ultimo, le donne hanno una capacità maggiore di non mettersi in competizione. Quanto meno, al Teatro Sociale è così perché c’è una squadra ed è composta per lo più da donne. Non c’è personalismo».
C’è un modello femminile a cui ispirarsi e che può trarre dal teatro ?
«Non saprei... Se non guardo a un modello, ma alla realtà, sento che vorrei mi fosse riconosciuta la capacità di lavorare in gruppo. Sono stata fortunata, ho sempre fatto ciò che mi piace, ma in me non c’è una velleità personale. Sono profondamente figlia degli ultimi quindici anni, di una società che crede nei progetti».
Lei è stata di recente nella terna dei candidati alla presidenza dell’Accademia di Brera, tra l’altro assieme a un’altra comasca. Poi però è stato scelto un uomo...
«Premesso che non conosco personalmente l’altra candidata, credo che con la nomina di Salvatore Carrubba (già assessore alla Cultura del Comune di Milano, ndr) sia stata fatta la scelta giusta. Vuole sapere come sono andate le cose? Io ho collaborato con l’Accademia di Brera e mi sono innamorata del suo mondo, che è arte ed è giovane. A loro è piaciuto cosa facciamo noi. È stato il collegio dei docenti a propormi nella terna. Ho mandato un curriculum allucinante, di dieci righe; ne avevano ricevuti una ventina di altissimo prestigio, e non di operativi come me... Era verosimile che il ministero scegliesse poi Carrubba. Serviva una figura di peso istituzionale e politico».
Racconti un episodio professionale in cui è stata lieta di essere donna.
«Beh, per esempio, mi piace il fatto di essere donna nell’ambito del Consiglio di “Opera Europa” perché ho la sensazione di portare una piccola attenzione diversa. Più in generale, la mia condizione femminile mi porta a essere molto sincera, sia pure con pacatezza, magari un po’ naif, mai per calcoli di convenienza».
E una situazione in cui, invece, ha avvertito rabbiosamente di essere discriminata in quanto donna?
«No, non saprei. Guardi, la nostra responsabile di produzione è una donna che coordina 5-6, o anche 20 macchinisti, elettricisti, tecnici. Persone che non hanno alle spalle una storia culturale. Beh, in pochi anni è stata capace di farsi rispettare senza alcun problema. Basta essere decise, appassionate e credibili».
Secondo lei qual è il possibile senso attuale dell’8 marzo?
«Non percepisco l’8 marzo come festa attuale. Ha certamente un senso storico che rispetto profondamente. Mi appartiene invece il valore di una lotta interiore per superare la discriminazione in famiglia. Io ho lottato per non dover essere l’unica a occuparsi dei figli, per portarli dal medico, per il saggio a scuola... Ci si può anche interrogare se, nell’ambito della coppia, un uomo che sta al proprio fianco è disposto ad accettare il lavoro della partner... Ecco, io credo che la vera discriminante oggi sia in casa, dove è difficile accettare un’organizzazione non usuale».
Su cosa dovrebbero concentrarsi oggi le donne, secondo lei?
«Su spazi di pensiero e di tempo per sé, ma questo vale anche per gli uomini. È una bella idea la “Giornata della lentezza”. Credo che sia importante ritrovare profondità, riflettere su cosa significa la vita rispetto alla velocità, al fare tutto e al massimo livello perché altrimenti non si vale niente... Io sono vittima di questo modo di intendere le cose e di procedere. Adesso, per fortuna, ci sono avvisaglie di un cammino sociale diverso. Mio figlio ha 19 anni e mi dice: “Non chiedermi cosa faccio, ma come sto”. Ecco, mi piacerebbe avere tempo e pensieri».
Lei ha ricordato che a Como ci sono donne con ruoli significativi, ma si tratta per lo più di non comasche... A suo avviso, perché questo avviene?
«Facciamo un discorso diverso, che va oltre le donne e include tutti, anche gli uomini. Io adoro questa città, non voglio andare via. Soffro però per le potenzialità enormi di cui Como dispone, ma nelle quali manca di credere fino in fondo. A Como manca esattamente ciò: avere un progetto e lottare davvero per questo. Eppure, se si lavora con passione e con determinazione, i risultati arrivano sempre».

Marco Guggiari

Nella foto:
La facciata del Teatro Sociale di piazza Verdi a Como, che venne inaugurato quasi 2 secoli fa, nel 1813 (foto Baricci)
 

banner_libri_editoriale_lariana

libri_editoriale_orizzontale