| «Anche i comaschi hanno fatto la storia» |
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| Martedì 15 Marzo 2011 | |||
Risorgimento - A colloquio con il ricercatore Arduino Francescucci«Presero la bandiera del battaglione “Prohaska”, una delle poche tolte agli austriaci» Per lui Garibaldi e il Risorgimento comasco non hanno segreti. Sa tutto di Giuseppina Raimondi, sposa per un solo giorno dell’Eroe dei due Mondi nella villa di Fino Mornasco. Dell’epopea che ha fatto l’Italia possiede una collezione di 5mila pezzi: cartoline, medaglie, rari documenti e libri, tra cui un volume di racconti delle gesta garibaldine che risale al 1860. Arduino Francescucci si autodefinisce ricercatore storico. Classe 1948, nativo di Ceprano nel Frusinate, sposato e con una figlia, vive nel Comasco dall’età di 16 anni. Adora le due nipotine, che del nizzardo a capo dei Mille, grazie al nonno, conoscono già vita, morte e miracoli. Discorrere con lui di fatti, persone e luoghi lariani che hanno contribuito a quell’Unità d’Italia di cui ricorrerà il 150° proprio dopodomani è praticamente inevitabile. Tanto più che Francescucci, autore sull’argomento di una ventina di libri, il 19 marzo presenterà la sua ultima opera: “Garibaldi e Mazzini a San Fermo. I due eroi che fecero la storia” e lo farà proprio nel paese dove avvenne la storica battaglia. Arginare un interlocutore così appassionato è impresa improba, anzi impossibile. Discorre sui temi che gli stanno a cuore come un fiume in piena. Ed è un fuoco di fila di aneddoti, almeno in parte inediti al grande pubblico. Francescucci, come nasce la sua passione per la storia e per il Risorgimento? «Come presidente della Polisportiva Carnini di Fino Mornasco iniziai a commissionare targhe per premiare i giovani atleti. I manufatti portavano sempre alla famiglia Raimondi. Poi, durante una crociera a Napoli, in un negozio d’antiquariato mi imbattei in un libro che rievocava il matrimonio tra Garibaldi e Giuseppina Raimondi. Mi resi conto che a Fino Mornasco, dopo tanto tempo, erano ancora restii a parlarne. Con l’immediato ripudio della sposa, la famiglia Raimondi finì male. E i contadini del paese persero il loro lavoro...». Dopo il sì pronunciato dai due nubendi, Garibaldi fu avvicinato da un messo, che gli consegnò uno scritto con il quale si avvertiva il generale che la moglie era in attesa di un figlio. La violenta reazione di Garibaldi, passata poi sui libri di storia - «Ma voi siete una puttana» - e la sdegnata replica («Credevo di essermi sacrificata per un eroe e non siete altro che un soldato brutale») di fatto pose subito fine al matrimonio. Come fu vissuto dalla gente comune il Risorgimento comasco? «La gente si schierò con Garibaldi. All’inizio fu titubante. Poi, con la Battaglia di San Fermo, sentì che stava avvenendo qualcosa d’importante per il futuro dell’Italia. Prima ancora, con le Cinque Giornate di Como (18-22 marzo 1848, ndr), i lariani furono tra i più intraprendenti. Presero la bandiera del battaglione “Prohaska”, una delle poche tolte agli austriaci in tutto il Risorgimento». Francescucci ricorda i tanti eventi che legano il territorio comasco all’Eroe dei due Mondi, spesso ospite a casa del marchese Rovelli, in piazza Volta, nel capoluogo. O, ancora, festeggiato in pompa magna nel 1866 in piazza Duomo, alla vigilia della Terza Guerra d’Indipendenza. «La famiglia Olginati, poi, donò un intero palazzo per farne un museo dedicato a imperitura memoria a Garibaldi. Insomma, la tradizione c’è. Peccato però che per esigenze viabilistiche la statua del generale, in piazza Vittoria, oggi guardi verso Brunate invece che in direzione di San Fermo...». Quale fu l’episodio più importante del Risorgimento lariano? «Naturalmente, la Battaglia di San Fermo, che sono convinto sia tuttora sconosciuta a molti. Vi si consumarono gesti eroici e drammatici. Penso alla vicenda dei fratelli Carlo e Malachia De Cristoforis. Il posto di comando e l’ospedale da campo erano a Cavallasca, dove Malachia, fratello di Carlo, che era capitano dei Cacciatori delle Alpi, comandava l’ambulanza. E lì vide entrare, trasportato dai soccorritori, proprio il congiunto ferito a morte. Ne fu sconvolto e il medico Giuseppe Grilloni, di Appiano Gentile, dovette prendere in mano la situazione. I comaschi non si mettono in vetrina, ma hanno fatto la storia». Quale fu invece, a suo parere, l’episodio più coinvolgente? «Voglio ricordare un prete di Fino Mornasco dal nome profetico: don Caprera. Durante le Cinque Giornate di Como reclutò alcuni uomini fuori dalla chiesa. Insieme si avviarono verso Appiano Gentile per bloccare i croati in quel di Bulgarograsso. Quel piccolo esercito si ingrossò strada facendo, a Camerlata, ad Albate, a Casnate... Ecco, colpisce questa spontanea sommossa di piazza guidata da un prete». C’è un luogo comasco che simboleggia il Risorgimento? «Ancora oggi, davanti all’altare della cappella in cui il 24 gennaio 1860 si celebrò il matrimonio tra Garibaldi e Giuseppina, io vedo inginocchiati i due promessi sposi. Ci fu sicuramente chi era interessato a far saltare quelle nozze. Si cercò un utile incidente. Se non fosse andata così e, di conseguenza, Garibaldi non fosse tornato al suo ruolo di condottiero, ci saremmo sognati la spedizione dei Mille...». Qual è la mappa ideale dei luoghi risorgimentali comaschi? «Ho fatto una cartolina che include i monumenti di Garibaldi a Lanzo, a ricordo della partecipazione della Valle Intelvi al ’48, a Mariano (per il passaggio del generale da lì a Cantù), a Como (monumento di Vincenzo Vela in piazza Vittoria), a Cantù, dove in piazza fu arringata la folla, e a San Fermo». Indichi tre figure comasche significative per quell’epopea. «Perti, Francesco Anzani, Giuseppina Raimondi. Il primo fu tra gli organizzatori delle Cinque Giornate di Como. Fu tra coloro che presero e nascosero la bandiera Prohaska. Non temeva gli austriaci; guidò il popolo. Anzani, di Alzate Brianza, fu luogotenente di Garibaldi in Uruguay; insegnò la guerriglia a terra. Tornò in Italia morente a causa di problemi ai polmoni per una pietra caduta dall’alto. Giuseppina Raimondi, prima di sposare Garibaldi, portava ogni giorno armi e ciclostilati dalla tipografia di Capolago ai patrioti. Morì sola, senza pronunciare una parola contro Garibaldi. Di lui disse: “Voglio ricordare la persona che tutti gli italiani hanno amato”. Un garofano rosso di plastica ricorda dov’è sepolta al cimitero Monumentale di Como». A quale tra i tanti oggetti che fanno parte della sua collezione è più legato? «Al telegramma che Garibaldi scrisse al “Secolo” di Milano nel 1879, qualche giorno prima della separazione ufficiale da Giuseppina. L’ho trovato al mercatino di Bollate. È come se fossi stato testimone di questa storia. L’ho pagato mille euro». Marco Guggiari
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Risorgimento - A colloquio con il ricercatore Arduino Francescucci
