Il piccolo grande artista che ha reinventato il ritratto Stampa E-mail
Martedì 22 Marzo 2011
Parla Barbara Guidi, curatrice del Museo dedicato da Ferrara a Giovanni Boldini
Ferrara ha un intero museo dedicato a Giovanni Boldini, il maestro che sarà protagonista principale della mostra di dipinti relativa alla Belle Époque. La rassegna (26 marzo-24 luglio), che sarà inaugurata venerdì prossimo a Villa Olmo, è lo spunto per discorrere dell’artista e del museo con la curatrice delle gallerie di Ferrara, Barbara Guidi.
L’esperta ha svolto la sua tesi di dottorato proprio su Boldini, nato nella città degli Estensi l’ultimo giorno dell’anno 1842 e morto a Parigi all’inizio del 1931. Ha inoltre curato la mostra a lui intitolata nel 2009 nella città natale e poi portata negli Stati Uniti, in Massachusetts.
Abbiamo visitato il museo, che ha sede nelle splendide sale di rappresentanza di Palazzo Massari, illuminate da importanti lampadari. Il percorso si apre con un autoritratto del maestro datato 1892. Seguono ritratti giovanili di piccole dimensioni e altri maggiori. Ci si imbatte poi nel dipinto a olio dei Due cavalli bianchi e nell’Infanta Eulalia di Spagna, a grandezza naturale.
Dopo una serie di studi a matita su carta, il visitatore è attratto da altri ritratti e vedute. Tra queste, una di Versailles, non lontana da Parigi, dove si è svolta la vita artistica di Boldini unitamente ad altre due città: Ferrara e Firenze. Alcune opere del museo sono interni dello studio del maestro: ritratti ambientati che lasciano spazio alla raffigurazione di altre scene.
É la tecnica del “quadro nel quadro”.
L’influenza parigina si coglie poi in una serie di dipinti: cavalli di notte a Montmartre, una Passeggiata al Bois, un Angolo della mensa del pittore.
Nel museo sono ospitati anche oggetti personali di Giovanni Boldini: il suo bastone da passeggio, alcune lettere, una delle quali a lui indirizzata dallo scrittore Marcel Proust che lo invita a recarsi assieme a teatro a Parigi. Un’altra missiva, relativa all’Exposition Universelle del 1889, è firmata da Telemaco Signorini, esponente della corrente dei Macchiaioli. C’è anche la nomina di Boldini a Grande Ufficiale della Corona d’Italia, nel 1919.
Ci sono il letto dell’artista, uno specchio, la sua maschera mortuaria in cera, una sedia Impero, le poltrone bergères provenienti dallo studio parigino sulle quali posavano i celebri modelli di Boldini, la cassetta dei colori con pennelli, tavolozze, spatole. Tra i quadri, ancora, soggetti familiari: il cortile della casa paterna, il maestro mentre osserva il padre che dipinge, il ritratto della nonna e del secondo marito della sorella Beatrice. Non mancano ritratti di Boldini dipinti da Edgar Degas e un altro autoritratto del maestro all’età di 69 anni. E poi figure femminili fantastiche, braccia di donne, vedute di Venezia e la splendida Signora in rosa.
Dottoressa Guidi, come nasce il Museo Boldini nella città di Ferrara?
«Nasce ufficialmente nel 1935, ma trae origine da un’idea dello stesso artista, che da Parigi desidera tornare a Ferrara, con opere e mobili, per trascorrervi gli ultimi anni di vita. Intesse a tal fine una fitta corrispondenza, durata diversi anni, con il fratello Gaetano e con le autorità cittadine. Alla fine, però, Boldini conosce la giornalista Erminia Cardona, con la quale inizia un rapporto di affettuosa amicizia (la sposerà nel 1929, quando il maestro ha 89 anni e la moglie 30, ndr) e il sogno di tornare nella città estense svanisce. Si realizza però dopo la morte del maestro. Il podestà dell’epoca riprende i contatti con la vedova, che dona alla città una prima tranche di opere. Negli anni, poi, il Comune, quando è possibile, acquista dipinti provenienti dall’asse ereditario, incrementando il fondo».
Parli del quadro prestato a Como in occasione della prossima mostra di Villa Olmo.
«É un ritratto della contessa Gabrielle de Rasty, compagna e musa ispiratrice di Boldini a Parigi dalla fine degli anni ’70 (con lei, nel 1880, prenderà clandestinamente in affitto una garconniere, ndr). La contessa è una donna dell’aristocrazia parigina, moglie di un collezionista. Aiuta l’artista ferrarese a entrare in contatto con una nuova committenza. Il quadro è molto bello; è espressione della freschezza con la quale Boldini intende la cultura del ritratto. Un ritratto estremamente moderno. Qui e in altre opere le figure sono rappresentate nella loro realtà assoluta, molto disinvolte, naturali, sorrette da un autentico palpito di vita, spesso come se fossero colte di sorpresa. In ciò Boldini rinnova un’arte per sua natura tradizionale. E molti arrivano a Parigi anche dall’estero per farsi ritrarre da lui».
Parliamo ancora di quest’arte del ritratto, che è lo specifico del maestro, ciò che lo rende unico e famoso a Parigi.
«Boldini era un pittore-imprenditore del suo tempo. Ha fatto parte della crème ritrattistica della Belle Époque. É stato tra i più abili a interpretarla, anche nella chiave della sua carriera artistica, come i pittori John Singer Sargent e James Abbott McNeil Whistler, entrambi grandi ritrattisti».
Qual è il rapporto tra Boldini e l’impressionismo italiano dell’800?
«L’artista di Ferrara impara molto dagli impressionisti, ma non si schiera apertamente con il gruppo. Cerca di imporsi a modo suo, senza mettersi contro il sistema, ma dipinge anche alla maniera impressionistica. É vicino a Degas. Con lui va in Spagna a studiare Velàzquez».
Da ultimo, il tema scelto per la mostra di Como: Boldini e la Belle Époque...
«Parliamo di un periodo controverso e ricco di stimoli, che dà grande impulso all’industria e permette un incremento delle arti di pari passo con quello dell’economia. É un’epoca in cui emerge un nuovo ambiente di mecenatismo, che prima non esisteva. Boldini si trova a Parigi in un momento chiave. É nel centro geografico ed economico della Belle Époque e ne diviene uno degli interpreti prediletti. Viene da una formazione in ambito macchiaiolo, quindi antiaccademico, ma è un artista di straordinario talento, decisamente interessato al successo. Lavora molto per mercanti e collezionisti. Alla fine degli anni ’80 torna alla pittura di ritratto, ma coniando un nuovo modello. Direi che reinventa la grande ritrattistica classica in chiave moderna».
É il lascito di un uomo piccolo di statura, appena un metro e 54 centimetri, ma un gigante nel suo genere artistico.

Marco Guggiari

Nella foto:
Un autoritratto di Giovanni Boldini. Il maestro ferrarese aveva dodici tra fratelli e sorelle. Anche il padre era pittore
 

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