| «Ecco come vivemmo lo stato di guerra in Polonia» |
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| Martedì 13 Dicembre 2011 | |||
Aneta Baranowska abita a Como e ricorda il golpe del generale JaruzelskiAneta Baranowska è una bella signora con gli occhi azzurri. Vive a Como, è sposata e ha due figli. Quando, nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1981, il generale Wojciech Jaruzelski proclamò la legge marziale in Polonia, Aneta aveva nove anni. Abitava a Varsavia con i genitori, papà ingegnere e mamma insegnante di Lettere in un liceo, e con il fratello 12enne. Di quei giorni ha pochi, ma nitidi ricordi. Li rievoca per il “Corriere di Como” trent’anni dopo il cosiddetto “golpe” interno del regime comunista, attuato in risposta all’azione del libero sindacato Solidarnosc guidato da Lech Walesa (Vauensa è la pronuncia esatta, spiega Aneta, che oltre al polacco conosce altre quattro lingue, è laureata con il massimo dei voti all’Università degli Studi di Varsavia, ed è traduttrice del Consolato polacco di Milano e consulente tecnico del Tribunale di Como). Dottoressa Baranowska, qual era il clima che si respirava in Polonia? «Si percepiva grande tensione fin dal periodo in cui Solidarnosc apparve sulla scena politica del Paese. Ricordo le timide aperture del partito comunista, il Poup, e l’ondata di scioperi che investì la nazione. Intanto l’Armata Rossa teneva minacciose esercitazioni alla frontiera...». Il racconto di Aneta è arricchito dai fatti di cui hanno memoria i suoi genitori, che vivono tuttora nella capitale polacca e che sono stati consultati in vista del nostro colloquio. C’era sentore di cosa sarebbe poi accaduto quel 13 dicembre? «Nei luoghi di lavoro, per esempio nelle scuole, funzionari di partito acquisivano informazioni sulle tendenze politiche delle persone e annotavano tutto. Eravamo spiati e sapevamo di non poter parlare apertamente e con sincerità. Non si sapeva di chi fidarsi, anche nelle famiglie. Il golpe fece piazza pulita tra insegnanti, giornalisti e gente di spettacolo che simpatizzavano per Solidarnosc». C’è un ricordo su tutti che le evoca quella data? «Nella notte del 13 dicembre furono tagliate le linee telefoniche. Era pressoché impossibile comunicare, al punto che diverse persone colpite da malori morirono perché non si riusciva nemmeno a chiamare gli ospedali e i soccorsi. Io ricordo che alzavo la cornetta e una voce registrata avvertiva: “Rozmowa kontrolowana”, vale a dire “Questa conversazione è controllata”. Anche la corrispondenza lo era: non appariva strano che arrivasse a casa una lettera già aperta e poi richiusa alla bell’e meglio». Come vi risvegliaste l’indomani mattina? «Alle 6 del mattino radio e tv trasmisero un discorso alla nazione del generale Jaruzelski, che nelle ore seguenti venne ripetuto più volte. Spiegava le ragioni, a suo dire economiche, della legge marziale». Come appariva il Paese nella vita di tutti i giorni? «Varsavia era isolata, vi fu un’ondata di arresti. C’erano posti di blocco e ovunque ci si imbatteva in soldati dell’esercito. I punti strategici furono militarizzati. Nella capitale affluì il 20% dei 70mila soldati dislocati in tutto il Paese. Noi abitavamo in una zona centrale nei pressi di un’arteria importante e trafficata e ricordo l’incessante sfilata di carri armati». Come fu la ripresa nei luoghi di lavoro e di studio? «Il golpe avvenne, non a caso, nella notte tra sabato e domenica. Fu deciso così perché le scuole erano chiuse e tali sarebbero rimaste per alcuni giorni a seguire». La vicenda polacca, fin dalla nascita di Solidarnosc, nel 1980, faceva temere un’invasione sovietica con l’Armata Rossa che avrebbe represso ogni anelito di riforme e di libertà. Si seppe poi che Giovanni Paolo II, in tale evenienza, sarebbe stato pronto a trasferirsi nella sua terra d’origine. Che peso ebbe il Papa, secondo lei, nell’intera vicenda? «La Polonia è un Paese profondamente cattolico, essendo formata al 98% da praticanti convinti. La minaccia del Papa di trasferirsi lì in caso di invasione sovietica ebbe un peso importante. Ricordo che quando Giovanni Paolo II visitò il nostro Paese, e lo fece più volte, i suoi viaggi avvenivano tra mille difficoltà, ma per il governo erano un’enorme minaccia. Lungo le strade si assiepavano milioni di persone solo per vederlo e per la speranza che riuscisse a favorire qualche apertura. Non potevano circolare nemmeno i mezzi pubblici, tanta era la gente. C’era giusto lo spazio per il passaggio della “papamobile”. Lo so perché ho visto con i miei occhi». Di recente Lech Walesa, che fu poi presidente della Repubblica nella Polonia libera, ha fatto visita in ospedale al generale Jaruzelski gravemente malato, che lo aveva fatto arrestare. Qual è il giudizio sulla persona del generale? «Io non mi sento di condannarlo. Ha sempre detto di aver agito così perché voleva evitare guai peggiori, cioè l’invasione sovietica. Anche i miei genitori oggi percepiscono Walesa e Jaruzelski come due persone anziane che furono protagoniste di un periodo difficile. E lasciano ormai perplessi anche tutti i processi a carico di Jaruzelski». Com’erano quegli anni, prima e dopo il golpe interno, dal punto di vista economico? «Vivemmo un periodo di grandi difficoltà, mancavano o scarseggiavano tutti i generi di prima necessità. Ogni componente di una famiglia era munito di una tesserina che dava diritto a un limitato quantitativo di merce al mese. Ai bambini spettavano anche poche caramelle e un pezzetto di cioccolato, ma i negozi erano vuoti e la tesserina non serviva? Capitava di andare di notte davanti ai negozi. Gli adulti prendevano il posto per fare la fila, poi ci si dava il cambio. Anch’io ricordo di averlo fatto. C’era il mercato nero e se qualcuno riusciva ad accaparrarsi un bene che aveva già, andava in un certo rione per scambiarlo con qualcos’altro». Quando, nel 1990, anni dopo la cessazione della legge marziale che durò fino al 1983, Walesa divenne presidente, come viveste quella svolta? «Vivemmo un clima di festa, euforia e speranza. Fu come una favola. Ma devo dire che è difficile rieducare le persone alla libertà». Marco Guggiari
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Aneta Baranowska abita a Como e ricorda il golpe del generale Jaruzelski
