| «Ho visto i grattacieli di Tokyo tremare come bandierine» |
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| Martedì 13 Marzo 2012 | |||
L’arpista comasca Annalisa De Santis ricorda i giorni della grande pauraDal leggero pizzico dell’arpa al violento tremito della Terra. Dal dolce suono che evoca luoghi celestiali al sordo boato che rimanda ad abissi d’Inferno. Un anno dopo il devastante terremoto e lo tsunami che hanno sconvolto il Giappone, la musicista comasca Annalisa De Santis ripercorre i momenti di autentico terrore vissuti nel Paese del Sol Levante. Ventotto anni, comasca di Prestino, l’artista lariana è prima arpa nell’orchestra del Maggio Fiorentino diretta dal maestro Zubin Mehta , nell’Orchestra Cherubini di Ravenna che fa capo a Riccardo Muti, nel Festival pucciniano di Torre del Lago. È inoltre seconda arpa alla Fenice di Venezia. Da tre anni vive a Firenze e da nove in Toscana. In tournée con l’orchestra del Maggio Fiorentino (274 musicisti), a Tokyo ha vissuto anche la grande paura nucleare per i danni causati dal sisma alla centrale di Fukushima. Quali sono i suoi attuali impegni professionali? «Principalmente il Maggio Fiorentino, di cui stiamo preparando la stagione. In febbraio sono stata alla Scala come seconda arpa e in precedenza al Teatro dell’Opera di Roma. In agosto farò una tournèe in America Latina». Com’è nata la passione per la musica e in particolare per l’arpa? «Da bambina. A sei anni ho iniziato a suonare il pianoforte. Poi, alle scuole elementari, ho preso lezioni di flauto dolce. Il maestro di scuola consigliò il Conservatorio. All’età di nove anni vidi in tivù un cartone animato con l’immagine di uno struzzo che moriva, andava in Paradiso e suonava la cetra. Mi incuriosì. Mia madre mi spiegò cosa fossero la cetra e l’arpa. E quando sostenni l’esame di ammissione al Conservatorio, mi presero proprio per l’arpa». Quali studi ha fatto? «Mi sono diplomata alle Magistrali. Ho studiato al Conservatorio di Como, che considero di grande eccellenza. Dopo il diploma sono stata ammessa al Conservatorio Superiore di Zurigo. L’ho frequentato per tre anni e lì ho ottenuto la laurea da concertista». Dov’era e cosa ricorda del terremoto? «Quel giorno era venuto a trovarmi il mio fidanzato. Dopo aver visitato il Museo della Storia giapponese abbiamo deciso di mangiare qualcosa ad Akihabara, il quartiere elettronico di Tokyo, fermandoci nella piazzetta della metropolitana. Dopo aver mangiato, abbiamo sentito vibrare il tavolo. Sulle prime abbiamo pensato a un effetto dovuto al passaggio della vicina metropolitana? I giapponesi intorno a noi si guardavano, ma non facevano nulla. Poi è arrivata una scossa così forte che per reggerci in piedi, pur trovandoci all’aperto, dovevamo tenere le gambe divaricate? Vidi i grattacieli tremare come bandierine. È stato terribile. Tutte le metropolitane sono state chiuse. In breve è arrivata un’altra scossa uguale per intensità e paurosissima. Anche i giapponesi, che prima ridevano, si misero a piangere. Davanti al teatro trovammo il maestro Zubin Mehta ansioso come tutti. Impossibile utilizzare i pullman? Per tornare in albergo ho fatto quindici chilometri a piedi. Era impressionante vedere una metropoli come Tokyo, con strade a cinque corsie completamente occupate dalle auto e dalla gente. Una volta giunta in albergo, stanca com’ero, ci dissero dell’allarme nucleare». È vero che i giapponesi erano imperturbabili, pur nell’emergenza? «All’inizio sì, poi ho visto anche loro davvero preoccupati. Certo, sono orientali. Nel loro modo di fare non c’è enfasi. Ma anche questo fa paura: vedere persone che non reagiscono come te mentre ti senti cadere il mondo addosso». Quando ha incominciato a tranquillizzarsi? «Quando siamo arrivati in Cina, a Shanghai. Io non volevo più restare in Giappone. Ho la vita davanti e più di ogni altra cosa non volevo essere contaminata dalla radioattività. Se una ragazza pensa un giorno di voler diventare mamma? Prima siamo andati a Taipei, la capitale di Taiwan, e solo da lì a Shanghai, perché la Cina non accettava subito chi veniva dal Giappone? A Taiwan sono stati molto carini. Ci hanno fatto trovare pacchetti di regali con i fiori». L’Italia, a livello di ministero degli Esteri e ambasciata, vi ha fornito assistenza? «Era tutto molto confuso e stressante. Ogni ora davano informazioni diverse. Un’ora dicevano che si era fuso il nocciolo della centrale nucleare di Fukushima. Un’ora dopo no. Ci dicevano che non si poteva uscire a causa delle radiazioni. Poi, invece sì? Siamo rimasti chiusi in albergo per giorni. Parlavano in giapponese e nessuno traduceva. E la non chiarezza genera il panico». Quanto tempo è rimasta nella situazione preoccupante vissuta dal Giappone? «Direi cinque giorni. Io non vedevo l’ora di andarmene? Mi dispiaceva più di tutto essere in pericolo e pensavo ai miei genitori, a quanto avrebbero sofferto se mi fosse accaduto qualcosa. Avevo paura». Cos’ha pensato quando ha dovuto sottoporsi ai controlli per la radioattività? «A Shanghai ci si poteva sottoporre a esami all’ospedale. Io l’ho fatto volontariamente. Con alcuni macchinari hanno controllato il corpo e poi scarpe, borsa e indumenti che indossavo. Mi hanno detto che non ero radioattiva. Ho tirato un gran respiro di sollievo. Via dal Giappone, mi sentivo già più leggera. Non tornerò in Giappone, anche se volevo vedere Osaka e non ci sono riuscita. Non tornerò lì, nemmeno in tournée. È un Paese dove ci sono sempre terremoti e dove le persone sono ancora contaminate. Sì, se mi venisse proposto, rifiuterei volentieri». E quando ha finalmente rimesso piede in Italia? Un mese dopo siamo arrivati a Fiumicino e io ero finalmente la persona più felice del mondo. Eravamo passati da Shanghai all’India, dove c’erano quaranta gradi all’ombra, poi a Mosca con il termometro che segnava meno dieci? Quando siamo sbarcati a Fiumicino, le hostess ci hanno chiesto se eravamo profughi: in effetti, sembravamo tali. Sono entrata nella prima bottega che ho trovato per mangiare un po’ di pizza al trancio. Ho chiamato al telefono i miei genitori. Mi sentivo rinata, finalmente a casa. Anche se ci sono tanti problemi, io sto bene in Italia». Marco Guggiari
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L’arpista comasca Annalisa De Santis ricorda i giorni della grande paura
