Augé: «In Francia gli italiani hanno subito forme di razzismo» Stampa E-mail
Venerdì 04 Maggio 2012
L’antropologo domani sarà a “ChiassoLetteraria”
L’antropologo francese di fama mondiale Marc Augé è celebre per aver definito «non luoghi» i luoghi anonimi e stereotipati, tipici della modernità, che sono privi di identità e incapaci di dar vita a relazioni degne di questo nome: ad esempio i centri commerciali e le aerostazioni. Per lo studioso, un territorio di frontiera come il nostro, sia pure di provincia, è ricco di spunti.
Augé sarà ospite domani, 5 maggio, nel pomeriggio, della kermesse culturale di respiro internazionale “ChiassoLetteraria” dove sono attesi anche l’italiano Giuseppe Culicchia e lo scrittore Tahar Ben Jelloun. Il professor Augé terrà per il pubblico di Chiasso una “lectio magistralis” scritta appositamente per l’occasione sul tema “Les nuits et les reves” (La notte e i sogni).
«Parlerò di come si sogna nelle notti d’America e in quelle d’Africa, e dirò quali differenze oniriche hanno i due contesti. E dirò che la notte ha una sua grande verità: ci permette di vedere le cose nel modo più vero», anticipa Augé. L’appuntamento è alle 16.30 allo Spazio Officina di via Dante. Ingresso libero.
Professor Augé, cosa si prova a parlare a un pubblico di “frontiera” da una prospettiva antropologica? «Le frontiere hanno più di un significato - dice al telefono da Parigi lo studioso, che è stato presidente dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales dal 1985 al 1995 - I valichi sono una barriera solida, concreta, ma anche un punto di passaggio permeabile, che permette di portare avanti e indietro lungo un asse altrettanto concreto, e su territorio fisico, ma anche in una prospettiva simbolica e “metafisica”, attività di vario tipo, attraverso precisi rituali. Ad esempio, anche la lingua è una forma di frontiera: è un ostacolo, ma anche un’opportunità. In questo senso va vissuta la dialettica tra Svizzera e resto d’Europa, e anche tra svizzeri e italiani: anche l’economia ha del resto precise “frontiere”».
Per Augé, è in particolare da tenere sotto controllo la dinamica del confine durante i periodi di crisi. «Sono quelli - dice - in cui il dialogo rischia di farsi più aspro». Ad esempio con i frontalieri italiani demonizzati da alcune frange della società civile svizzera come “parassiti”. «Sì, certo. Ma non è affatto una novità, è una vecchia storia del mondo. Nel mio Paese, gli italiani nella prima metà del secolo scorso hanno subito forme pesanti di razzismo, sono stati stigmatizzati. Oggi, con la crisi, viviamo un periodo davvero inquietante, in cui le difficoltà economiche si sommano a fenomeni di massa come i nuovi movimenti migratori. Da noi, in Francia, tutto ciò si stratifica: i problemi del lavoro, l’immigrazione legale e quella clandestina, e poi i francesi “doc” e quelli che lo sono diventati in seconda o in terza generazione, e ora devono integrarsi».
Un suo conterraneo, l’economista Serge Latouche, propugna la “decrescita” come antidoto allo sviluppo selvaggio e come strumento per uscire dalla crisi. Cioè: meno di tutto e consumo responsabile, uguale più speranza di vita. Che ne pensa? «Viviamo tempi complessi, in cui il progresso non va demonizzato - conclude Augé - ma crea sicuramente squilibri. Il progresso tecnico è da vedere come un mezzo, mai come un fine. Pensi alle “piazze virtuali” che pullulano su Internet: ben diverse da quelle reali, che hanno pian piano sostituito nel nostro immaginario».

Lorenzo Morandotti

 

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