(foto © Maria Meroni)

«Ogni tanto mi fermo, guardo la sua foto che ho in casa e gli dico… Luigino, sei il mio tormento». Maria, sorella di Luigi “Gigi” Meroni è persona molto schiva. Ma, dopo la scomparsa dell’altro fratello Celestino, è lei la testimone della vita della “Farfalla granata”. E per questo motivo quasi quotidianamente non mancano sono impegni, richieste di interviste, inviti. Da qui, l’esclamazione «sei il mio tormento».

Domani saranno 50 anni dalla scomparsa di Meroni. Il 15 ottobre del 1967 l’allora calciatore del Torino, nato a Como il 24 febbraio del 1943, morì, investito da un’auto, mentre stava attraversando Corso Umberto nel capoluogo piemontese. E per Maria Meroni sono giorni di ricordi. «Ho due sensazioni contrastanti fra loro – spiega – dal piacere nel vedere tante persone che ricordano Luigino con affetto, al dolore per tutto quello che è successo».

(foto © Maria Meroni)

La sorella dello sfortunato giocatore tiene a sottolineare: «Dopo queste doverose celebrazioni vorrei defilarmi – aggiunge – Parteciperò volentieri alle iniziative che sono state organizzate, ma poi, dopo lunedì, preferisco tornare nell’ombra». Lunedì, non è un caso, perché in città arriva per una serata di ricordo Nando Dalla Chiesa, che con il suo libro “La farfalla granata”, pubblicato nel 1995, fece di nuovo tornare i riflettori sul giocatore e sul personaggio. Perché Meroni, oltre ad essere stato un grande talento con le maglia di Como, Genoa e Torino, fu anche un uomo fuori dagli schemi, almeno per l’epoca. Amava i suoi capelli lunghi, che i suoi allenatori tanto odiavano: Edmondo Fabbri, commissario tecnico della Nazionale dal ’62 al ’66, minacciò di non convocarlo se non se li fosse tagliati.

(foto © Maria Meroni)

Meroni vestiva come i Beatles e che amava i libri e la pittura, un calciatore “beat” che con la sua schiettezza e i suoi basettoni divenne per i tifosi un vero e proprio esempio da imitare. Indimenticabile l’episodio della gallina al guinzaglio, con cui passeggiava nel centro di Como. Ma, per gli appassionati di calcio, rimane altrettanto indimenticabile il gol San Siro del 12 marzo del 1967: un fantastico pallonetto che superò il portiere dell’Inter Giuliano Sarti (con il Torino che vinse per 2-1). Bellissimo rivederlo ancora oggi.

E in molti sono convinti che se fosse stato schierato in quella partita, l’Italia avrebbe evitato la figuraccia dell’eliminazione con la Corea del Nord ai Mondiali del 1966 in Inghilterra. Per i suoi disaccordi con già citato c.t. Fabbri, Meroni in quella rassegna iridata scese in campo soltanto contro l’Unione Sovietica. A suo fratello Celestino, che voleva partire per la Gran Bretagna, consigliò di stare a casa: «Fabbri non mi farà giocare» disse.

Al ritorno da quella spedizione lo stesso Meroni fu contestato dai tifosi italiani, a pari degli altri azzurri. «Avevamo gente che urlava anche qui, sotto casa – conferma Maria Meroni – Ma vivevamo quel momento con un certo distacco. La nostra è una famiglia particolare: siamo sempre stati molto uniti, nelle cose belle e nel dolore». E ora la sorella, che come detto intende defilarsi dopo queste celebrazioni per tutti, appassionati e addetti ai lavori, manda un messaggio: «Di mio fratello ricordate le cose belle, quello che ha fatto in campo, come era, la sua passione per l’arte, il suo essere estroso, i gol, il carattere – conclude – Mi piacerebbe non vedere più le persone indugiare su aspetti tragici e altre vicende negative, su cui non voglio soffermarmi, che ci sono state dopo la sua scomparsa»