Il docente del Politecnico Francesco Murano

Il docente del Politecnico Francesco Murano

C’è un comasco noto in tutta Italia (e oltre) che illumina opere d’arte di immenso valore, di ogni tempo e paese, e permette al pubblico di godersi al meglio le mostre di maggior successo (un’arte che gli ha permesso anche di depositare numerosi brevetti tecnici).
Si chiama Francesco Murano, viene dalla città di Volta e ha fatto della luce la sua vita (è anche collezionista d’arte del Novecento), insegna Light Design al Politecnico e  ha scritto un libro sulla “ortografia” nell’arte di illuminare la bellezza, L’illuminazione delle opere nelle mostre d’arte (Maggioli Ebook, Milano 2016).
«Ho curato l’illuminazione di oltre cento mostre – dice Francesco Murano – Da Monet a Hopper, da Rubens a Brueghel, collaborando con le maggiori agenzie che promuovono rassegna d’arte in Italia come Arthemisia, Sole 24 ore, Civita. Nel 2015 ad esempio ho progettato e realizzato l’illuminazione della mostra “Escher” – una delle più difficili sfide per me – a Palazzo Albergati di Bologna e quella per la mostra “Il primato del disegno” alla Pinacoteca di Brera, nel 2016 quella della mostra “Rubens – La nascita del Barocco” a Palazzo Reale di Milano. Tra gli artisti che mi hanno colpito di più tra quelli che ho “acceso” c’è l’americano Keith Haring a Palazzo Reale di Milano”. Lo scorso dicembre è andata in scena con le sue luci la “Sacra Conversazione” ossia la Pala Gozzi di Tiziano Vecellio a Palazzo Marino di Milano, in occasione della tradizionale esposizione di un singolo capolavoro per le festività natalizie. “Una formula che consiglio anche ai musei comaschi per valorizzare ad esempio il ricco patrimonio di dipinti della Pinacoteca e attirare più pubblico”, dice Murano. «Tra i grandi maestri che ho illuminato c’è Caravaggio – aggiunge Murano – che non richiede tante lampadine perché ha già una luce insita nel pigmento del colore. A chi ha opere in casa invece consiglio di evitare faretti e luci dirette. Si musealizzerebbe troppo l’arte che si ha tra le mura domestiche. La si renderebbe meno vissuta, meno intima».

 

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