«Ho paura avvocato. Mi stanno curando con corde e manganelli. Help».
Alfio Molteni si sentiva in pericolo e non lo nascondeva. Prima di essere ucciso sul cancello di casa a Carugo da due persone che non conosceva (e che secondo la Procura erano state inviate dalla moglie e dal suo amante), aveva presentato tre diverse denunce datate 28 marzo 2015 (incendio dell’auto nel garage del suo studio a Mariano), 17 giugno 2015 (incendio della finestra della casa di Carugo) e 26 giugno 2015 per colpi di pistola sempre contro la casa.
In realtà tuttavia erano almeno altri due gli episodi in cui l’architetto era stato minacciato, con bastoni fuori dalla porta della casa dove viveva la moglie da cui si stata separando, e con una telefonata anonima in cui una voce sconosciuta aveva però tenuto a precisare: «Sono amico di sua moglie».
Ma il colonnello dei Ros, nel ripercorrere le indagini, ha tenuto a precisare che all’inizio fu seguita ogni possibile pista, compresa quella di eventuali problemi lavorativi dell’architetto.
«Non sono però emersi altri elementi di conflitto – ha detto il colonnello Vincenzoni – Non aveva frequentazioni strane, elementi di anomalia o frequentazioni con persone dubbie. Non aveva nemmeno passaggi di denaro all’estero».
L’unico contenzioso era dunque quello con la moglie da cui si stava separando, vicenda resa spigolosa dal fatto che la Rho non voleva far vedere le figlie al marito. «Abbiamo scandagliato in tutto e per tutto la vita di Molteni, ma non abbiamo trovato altro», hanno concluso i Ros. Per questo le indagini hanno finito con il convergere su Daniela Rho e Alberto Brivio. «Abbiamo controllato 27 sistemi di videosorveglianza, 126 telecamere poste in 11 Comuni di tre province, e registrato oltre 2 milioni di record telefonici». E in più intercettazioni ambientali e telefoniche in cui via via i protagonisti – tanti – di questa vicenda hanno dato presunti riscontri alle tesi investigative. Come quando Vincenzo Scovazzo, a processo in Corte d’Assise con Brivio, si lascia scappare un «qua mi prendo una condanna».
Oppure quando Luigi Rugolo, che era l’anello di congiunzione – sempre secondo la tesi dell’accusa – tra i mandanti (Rho e Brivio) e gli esecutori materiali degli atti intimidatori, dice alla compagna in una visita in carcere: «Lui mi diceva una cosa e io andavo. Ti ricordi quante volte mi martellava Brivio? Io l’ho fatto solo ed esclusivamente per un lavoro, ma non ero sul luogo dell’omicidio… Facevo la mansione del portavoce tra Brivio e questi qua».
Secondo la difesa di Brivio, tuttavia, in queste intercettazioni Rugolo già sapeva di essere ascoltato dagli inquirenti.
Dice poi un altro indagato che ha già definito la propria posizione: «Nella colluttazione son partiti questi colpi… non era la prima volta che facevano questi danni». E in aula passano anche le immagini dell’autopsia, con l’unico foro di proiettile che causò la morte di Molteni. Seduti ci sono anche i familiari, tra cui il figlio dell’architetto.
Il presidente della Corte, Valeria Costi, si scusa per le immagini forti. «Non si preoccupi, abbasso gli occhi», dice il giovane. Quello stesso ragazzo che la sera del 14 ottobre 2015 aspettava in stazione il padre che doveva passare a prenderlo. Attesa che fu drammaticamente vana.