Autunno, è tempo di ragionare. Sul presente e sul futuro dell’Università a Como.
Il Politecnico potrebbe confermare la sua volontà di non investire a Como nei prossimi tempi e quindi potrebbe vedersi superato in corsa dall’Università dell’Insubria (si parla di aprire medicina con l’aiuto dell’Ospedale Sant’Anna).
«Siamo all’ultima chiamata», è la sensazione del presidente dell’Ordine degli Architetti di Como, Michele Pierpaoli. «Ma ci vuole realismo per prendere atto della condizione attuale, non siamo negli anni Settanta del Novecento ma nel 2017, per quanto riguarda il Politecnico ci sono situazioni favorevolmente insediate e altre che sono rimaste fragili. E siamo una di queste. Molti spazi per l’insegnamento rischiano di rimanere vuoti».
Certo, chi non vorrebbe un solido polo universitario a Como, con le conseguenti ricadute virtuose in termini sociali ed economici? Ma a quasi trent’anni dalle prime lezioni di Ingegneria nella città di Volta, le condizioni sono mutate.
«Occorre ad esempio riflettere seriamente su come sono mutati nel corso del tempo i bacini territoriali di fruizione e di competenza – prosegue il presidente Pierpaoli – Oggi abbiamo una situazione che rischia di essere svantaggiata: pensiamo a un caso come Mantova che è a 150 chilometri da Milano e ha saputo costruire con il Politecnico un dialogo fecondo, e pensiamo a Lecco, che ha investito in modo cospicuo sul campus. E naturalmente più vicino a noi pensiamo all’Accademia di Architettura di Mendrisio. Realtà consolidate, mentre noi siamo a 40 chilometri da Milano che ha Bovisa e la sede storica di Politecnico, ossia Leonardo in continuo potenziamento. Oggi peraltro siamo in un momento di carenza di risorse e di indebolimento demografico, in cui la logica del decentramento che valeva decenni fa non vale più, si inverte la rotta. E a farne le spese sono proprio quelle sedi decentrate che non hanno saputo o potuto, diciamola tutta, radicarsi nel territorio. Lecco ha fatto un investimento importante, ripeto».
Come uscirne? «Dovremmo capire una volte per tutte le reali possibilità di un rapporto stretto fra ricerca e settori produttivi. Se guardiamo i numeri del manifatturiero restiamo una tra le venti maggiori provincie d’Italia nella produzione escludendo i capoluoghi di Regione, ma servirebbe una politica organica industriale territoriale che possa raccogliere investimenti significativi pubblici e privati anche nel campo della università, ricerca e innovazione. E dovremmo unire le forze, cogliendo le virtù dei due mondi, come abbiamo saputo fare ad esempio creando all’epoca il Setificio. Significativo e già quanto avviene a Lomazzo con il polo ComoNext».
Però una città come Como che è simbolo dell’architettura del Novecento, sarebbe stato un polo di eccellenza per questi studi.
«Certamente – rimarca Pierpaoli – E non solo grazie al Razionalismo di Giuseppe Terragni, ma anche per quello che ci hanno lasciato ad esempio il Romanico e il Neoclassico».
«Per le sue ricchezze – aggiunge – Como sarebbe stata perfetta per ospitare una Facoltà di Architettura. Ma siamo dentro una tenaglia ormai, tra Mendrisio e Milano. Mantova ha saputo farne una attrattiva, col Politecnico, di ambiente internazionale costituito da docenti e studenti provenienti da tutto il mondo. E poi nella città di Virgilio c’è “Mantovarchitettura”, organizzata dal Polo Territoriale di Mantova del Politecnico di Milano: per quattro settimane i grandi maestri dell’architettura internazionale tengono lezioni aperte nei monumenti storici della città Capitale italiana della Cultura 2016».
«A Como possiamo avere le “Summer school”, importanti certo, e da valorizzare – dice – ma non è come avere un Politecnico, non significano Università strutturata, sono un’altra cosa. Insomma, auspico che il Politecnico a Como possa quantomeno riuscire a mantenere un presidio e nel frattempo costruire un tavolo di confronto anche con gli enti istituzionali e le forze produttive, per ripartire. Ma non da zero».