Ricordo del regista Bernardo Malacrida. L’attrice Favini: «Mi ha cambiato la vita»

altIl personaggio Nato a Monte Olimpino, valorizzò gli autori lariani Dossi, Bontempelli e Valera
Creò il Teatro Stabile e per le sue rappresentazioni scelse il palcoscenico di Villa Olmo

Ci ha lasciato dieci anni fa e il suo nome è legato indissolubilmente al teatro. Per tutta la vita Bernardo Malacrida è stato tutt’uno con l’arte della rappresentazione sulle scene. Drammaturgo, regista, attore, promotore di cultura e poeta, da giovane abbandonò il seminario e l’università per approdare a Milano

alla Scuola del Piccolo che faceva capo a Giorgio Strehler – con il quale poi lavorò – e all’Accademia d’arte drammatica di Roma.
A Como, dov’era nato il 5 dicembre 1925, in quel di Monte Olimpino, tornò per fondare “Il Portico degli Amici – Teatro Stabile”, autentica bomboniera all’interno di Villa Olmo, dove alzò il sipario su una trentina di diversi spettacoli, valorizzando i lariani Dossi, Bontempelli e Valera. Scrisse radiodrammi per la radio della Svizzera italiana. Morì a Ca’ Prina, la casa di riposo di Erba dov’era ospite da anni e dove riusciva ancora a dare spazio alla passione di sempre.
Ornella Favini, comasca, sposata e madre di due figli, è tra le creature artistiche di Malacrida. Nell’intervista che segue ne traccia il profilo di uomo e di professionista.
Come conobbe il regista Malacrida?
«Quando avevo quattordici anni vidi il suo “Martirio di San Carpoforo”, rappresentato nell’omonima chiesa comasca. Seppi della sua scuola di recitazione e mi iscrissi. Le lezioni si tenevano al sabato pomeriggio e alla domenica mattina nel teatrino di Villa Olmo. Nel frattempo Malacrida preparava “Mamma memoria”, spettacolo da lui dedicato a sua madre. Provavamo tutte le sere».
Fu l’inizio di una lunga collaborazione?
«Sì, direi di un sodalizio artistico mai cessato. Siccome ero giovanissima, di sera mi accompagnavano i miei genitori e Malacrida, quando mise in scena “Il Cortilone”, trovò il modo di ingaggiare anche mia mamma, Felicita Monfrone. Perfino mio padre fece la comparsa in un documentario su “Alessandro Volta”».
Come si sviluppò il vostro rapporto?
«Diventammo amici. Eravamo anche vicini di casa. Malacrida aveva con sé il padre anziano e quando stette male chiamò i miei genitori. Mi capitava di andare a fare la spesa per lui, di accompagnarlo alla messa. Ciononostante, lo chiamai sempre “professore”, come si diceva in casa quando telefonava. Era una personalità che incuteva soggezione».
Da quanti attori era formata la compagnia di Malacrida?
«Direi una ventina di persone di età diverse, che divennero amiche nei sedici anni di attività del Teatro Stabile».
Com’era Malacrida regista?
«Era un uomo imponente. La diplomazia non fu mai il suo forte. Diceva sempre ciò che pensava e non gli interessava se ciò poteva ferire qualcuno? Questo stile era parte del suo ruolo. Capitava che urlasse per un’ora e bisognava solo stare zitti. Aveva un grande carisma. Non è vero che fosse un conservatore: proponeva spesso spettacoli mai rappresentati da altri e anche nei classici era un innovatore».
E in privato?
«Si ricordava di ognuno di noi. A me telefonava per fare gli auguri di compleanno. Ringraziava sempre, anche se era lui ad avermi fatto crescere artisticamente. Non dava mai niente per scontato. Aveva una straordinaria venerazione dei suoi genitori e non è un caso che il Teatro Stabile fosse intitolato alla mamma, Ida Malacrida».
Ha un ricordo particolare?
«In occasione di un intervento chirurgico che dovetti subire, Malacrida volle parlare personalmente con il professore che mi avrebbe operato per sapere se avrei potuto recitare ancora. E durante la mia degenza telefonava in ospedale chiedendo dell’attrice Ornella Favini. Io mi vergognavo come una ladra».
Ha qualche rimpianto?
«Forse, non essere andata a trovarlo abbastanza di frequente mentre era ricoverato a Ca’ Prina, perché ne approfittava per farmi riordinare i suoi vecchi schedari, mentre io volevo parlare con lui».
Non parlava mai di Strehler o di Bertolt Brecht, che pure conobbe?
«Quando mi diplomai alla scuola del Teatro Stabile, il mio sogno era iscrivermi al “Piccolo” di Strehler. Lo dissi anche in occasione di un’intervista e Malacrida si arrabbiò. Sosteneva che lì non si insegnavano cose diverse. Di Strehler ogni tanto faceva cenno, ma parlandone come di un collega, alla pari. E in determinate occasioni sceglieva brani di Brecht».
Può dire qualcosa sul teatro di Villa Olmo?
«Malacrida si ispirò al portico di Villa Dossi, in Cardina. Per questo lo chiamò anche “Portico degli Amici”. Aveva spazio per cento posti ed era bellissimo. È incredibile come in uno spazio così angusto e su un palco minuscolo si riuscisse a fare cose grandi anche dal punto di vista scenografico, lavorando per esempio su due livelli».
Cosa resta oggi di Bernardo Malacrida?
«Noi, e questa è la prima cosa. Gli dobbiamo tutto; io, personalmente, gli devo quello che so fare. In più, il fatto di porre quanto sappiamo a servizio degli altri. Lui metteva ciò di cui era capace al servizio degli altri e oggi anch’io posso dire che è bellissimo vedere la gente che si complimenta con i tuoi attori».
Ornella Favini ha fondato a Sagnino la compagnia “I due Archi”, collabora con l’associazione artistico culturale “Spindler” di Monte Olimpino e con la compagnia “San Genesio” di Vighizzolo. Di recente è entrata a far parte della “Famiglia Comasca”, occupandosi di dialetto e non solo. Inoltre, prepara musical con i ragazzi dell’oratorio di Sagnino.
Cos’ha significato per lei l’incontro con Malacrida?
«Mi ha cambiato la vita. Mi ha permesso di amare il teatro facendomi capire che è un mondo pieno di sacrifici, che può dare molto a livello professionale. E, prima di tutto, mi ha aiutato a superare la mia timidezza».

Marco Guggiari

Nella foto:
Ornella Favini, una delle attrici comasche cresciute artisticamente alla scuola di Bernardo Malacrida

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