Usa l’arma della fine ironia il noto giornalista, scrittore e gastronomo Edoardo Raspelli, per commentare la vicenda del ristorante “La Colombetta” di via Diaz, nel centro di Como, che chiede un 20% aggiuntivo sul costo della portata nel caso in cui la pietanza venga divisa su due o più piatti.
«Ha perfettamente ragione il ristoratore – sentenzia il conduttore di “Melaverde” – anzi suggerirei ulteriori sovrapprezzi da inserire nei menù». E Raspelli elenca una serie di divertenti esempi. «Se il cliente chiede al cameriere di portargli il sale, paghi un 4% in più. Se con il caffè, oltre allo zucchero bianco vuole quello di canna, e se lo fa portare, 5% in più. E poi – aggiunge il critico – ci sono le tariffe per gli inconvenienti. Può darsi infatti che al cliente caschi il tovagliolo per terra. Allora, che paghi il 10% in più. Il sovrapprezzo comprende il tovagliolo da lavare, il tempo impiegato da un cameriere di circa 70 chili alto un metro e settanta per chinarsi e soprattutto il rischio “colpo della strega” per il movimento. Il cliente deve partecipare ai costi dell’assicurazione per l’eventuale invalidità civile del dipendente», dice ancora Raspelli.
«Non ne possiamo più anche dei ristoratori che hanno l’ambizione di insegnare ai clienti come si mangia – tuona inoltre il critico – Non ne possiamo più dei menù con parole come fumo, polvere, pomata di terra di capperi. Si va al ristorante per mangiare. E basta anche con i ristoranti santuari. Fateci pagare per ciò che delizia la gola e tornate con i piedi per terra».
Raspelli ammette di non aver mai mangiato nel ristorante di Como che, ricordiamo, ha ottime valutazioni e viene frequentato anche da una clientela Vip, come ad esempio George Clooney. Il titolare aveva spiegato al nostro quotidiano di aver inserito il sovrapprezzo del 20% dopo che gruppi di turisti, specialmente stranieri, erano soliti ordinare un paio di pietanze con tanti piatti quanti sono i commensali per fare solo degli assaggi.
Il critico commenta infine un altro caso di questi giorni, avvenuto a Venezia, un conto di oltre cinquecento euro per un pranzo di pesce per tre. «Questo è un caso differente – spiega – O i clienti presentano una denuncia, oppure non è semplice criticare il ristoratore. In tre possono avere mangiato ostriche e bevuto vini pregiati. Il dubbio, al limite, trattandosi di stranieri, è che non avessero compreso i piatti che stavano ordinando. Anch’io se vado in Cina e chiedo il “tun fun fun” posso non sapere che costa 300 dollari».
P.An.