Le sconfitte aiutano talvolta a capire la realtà. Ma molto più spesso innescano meccanismi difficili da governare. Meccanismi che possono essere distruttivi. Il Pd del capoluogo tiene fede alla vocazione fortemente autolesionistica della sinistra italiana ed esce dal dibattito interno sulle elezioni amministrative di giugno più diviso che mai.
Con una novità che, sul piano politico, è destinata a far discutere molto: la presa di distanza pubblica di Luca Gaffuri dal segretario ed ex premier Matteo Renzi .
Per capire che cosa stia accadendo tra i Dem di Como bisogna tornare alla conclusione dell’assemblea cittadina, giovedì scorso. Dopo un dibattito durato molte ore e segnato da decine di interventi, superata ormai la mezzanotte, la decisione di non accogliere le dimissioni di Stefano Fanetti è stata votata soltanto da 6 persone (5 delle quali favorevoli).
Un esito che l’ex assessore Marcello Iantorno ha definito «assurdo e inaccettabile». Un voto vissuto da molti iscritti del Pd di Como alla stregua di un diktat della componente maggioritaria del partito.
Per la prima volta, alcuni dirigenti Dem hanno steso un documento di protesta e chiesto in modo chiaro «discontinuità e rinnovamento», e questo nonostante la fase congressuale locale sia già stata avvita.
A colpire molti è stata anche la dura presa di posizione del consigliere regionale Luca Gaffuri contro Matteo Renzi, accusato di aver trascinato il Pd nelle sabbie mobili dell’isolamento politico. «Ho semplicemente analizzato il voto e le tendenze emerse a livello nazionale – dice Gaffuri al Corriere di Como – bisogna tener conto dei segnali giunti dal Paese. Tra poco saremo chiamati alle politiche e alle regionali ed è necessario che Renzi si sintonizzi di nuovo con i nostri elettori, anche cambiando alcune scelte».
Quali? Ad esempio, dice ancora Gaffuri, «la politica economica. Si deve andare incontro al mondo del lavoro».
Il capitolo alleanze è però quello che più sembra interessare Gaffuri.
«È necessario un dialogo con tutte le forze del centrosinistra, nessuno è in grado di governare da solo. Io ho appoggiato Renzi alle primarie e continuo a pensare che egli sia una risorsa importante per il Pd. Ma il segretario ha la responsabilità di guidare il partito tenendo conto di quanto accade. Non serve riaprire vecchie ferite, c’è bisogno di un centrosinistra il più possibile unito. Soprattutto in vista delle elezioni regionali».
La maggioranza uscita vittoriosa dalle primarie di pochi mesi fa, almeno a Como, è già in frantumi. Questo a causa di un turno elettorale che ha visto il Pd comasco franare in città, a Cantù e a Erba. Tra i dirigenti cittadini e provinciali e nella base c’è confusione.
«Se si fa l’analisi della situazione – dice Iantorno – al di là dell’incidenza sul voto del dato nazionale, bisogna oggettivamente ammettere che abbiamo perso. Congelare tutto ancora per qualche mese non ha senso. È ora di dire basta a ogni tipo di condizionamento. Inoltre, quando si danno le dimissioni, e mi riferisco a Fanetti, non ci si rimette a un organismo terzo. Si lascia e basta».
Giovedì prossimo è fissato un secondo, importante appuntamento. Si riunisce infatti l’assemblea provinciale. Altra occasione per discutere e per comprendere, più da vicino, la reale consistenza dei segnali di caos provenienti da una base sicuramente più disorientata rispetto al recente passato.