«Sapevo che spesso non rispettavano i limiti di immersione imposti dalla federazione. Ne avevamo anche discusso più di una volta». A parlare è un istruttore della Como Sub, tra i primi a intervenire in viale Geno il 29 settembre del 2013 quando, nel corso di una immersione nel lago, Paola Nardini – 35 anni di Tavernerio – non era più riemersa. Giorni di angoscia conclusi dal ritrovamento del corpo senza vita della ragazza fatto dai vigili del fuoco a 87 metri di profondità. A processo – ieri i primi testimoni – sono finiti i due compagni di immersione di 56 e 57 anni, rispettivamente di Cernobbio e Como. A loro il pm Maria Vittoria Isella contesta non solo l’eccessiva profondità dell’immersione – Paola era pare a 56 metri quando avvenne la tragedia – ma anche il modo in cui i due indagati (che sono istruttore e aiuto istruttore) stavano riemergendo (in fila indiana e non tenendosi a vista). Poi la tragedia: «Mi hanno riferito che Paola era avvolta da bolle», ha ricordato l’istruttore sentito ieri. «Ancora oggi non ho ben capito come siano andate le cose. Mi riferirono di essere riusciti ad afferrarla per portarla a galla, poi persero la presa». E Paola sprofondò nel nero delle acque del lago.
I famigliari si sono costituiti parte civile. L’udienza è stata rinviata a marzo dove proseguirà l’esame del consulente della procura.