L’anno nuovo si saluta col vischio. I Druidi lo raccoglievano sulle querce con un falcetto d’oro e attribuivano alla pianta (nome scientifico “Viscus album”) molteplici proprietà soprannaturali. L’erudito lariano Plinio il Vecchio, “protomartire della scienza sperimentale” morto durante l’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., ne dà nella sua “Naturalis historia”, summa di saperi del mondo antico, un’ampia descrizione.

Si legge nel libro XVI, quello dedicato agli alberi selvatici (la traduzione è quella dei “Millenni” di Einaudi): “I Druidi  – i maghi dell’antica Gallia, ndr – non considerano niente più sacro del vischio e dell’albero su cui esso cresce, purché si tratti di un rovere”. “Nel sesto giorno dopo il solstizio d’inverno i druidi si avvicinavano alla quercia indossando vesti candide e conducendo alla cavezza due tori bianchi. Il capo dei sacerdoti saliva sull’albero e usando un falcetto d’oro tagliava i rami del vischio che venivano raccolti in una pezza di lino immacolata, prima che cadessero a terra. Poi, immolati i due animali, pregavano per la prosperità di quanti avrebbero ricevuto il dono”, si legge ancora nel passo pliniano.

E il nome che hanno dato al vischio i Druidi, per Plinio, è “ciò che guarisce tutto”. E ritengono “che preso in pozione dia la capacità di riprodursi a qualunque animale sterile e che sia un rimedio contro tutti  i veleni”. Per questo il rametto di vischio, che durante le feste solstiziali invernali si usa appendere agli usci delle case o portare al collo, viene considerato un amuleto contro le disgrazie e gli influssi negativi. E sempre per questo motivo  se si passa in coppia sotto un cespetto di vischio ci si deve baciare. Tanto che nella notte del 6 gennaio, in Inghilterra. per scongiurare il pericolo di rimanere zitelle, se ne deve bruciare il mazzo che ha addobbato la casa durante le feste invernali.