Lombardia fucina del radicalismo islamico

Terroristi islamici

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«La Lombardia è la regione con il più alto numero di musulmani: 409.351, pari al 26,5% di quelli residenti in Italia. Delle 12 province lombarde, 10 contano oltre 10mila individui di religione musulmana». Tra queste anche Como, dove nel 2014 (fonte Istat) risiedevano oltre 20mila islamici, più della metà dei quali uomini (11.816).
La «vera sfida» al fondamentalismo e al radicalismo concerne quindi «l’aspetto demografico». Ne è convinto Michele Groppi, ricercatore del King’s College di Londra e autore di un breve saggio sul jihadismo in Lombardia pubblicato sulle pagine dell’ultimo numero di Limes, rivista di geopolitica edita dal gruppo l’Espresso e diretta da Lucio Caracciolo (Chi ha paura del Califfo, nr. 3-2015, pagine 250, euro 14).
Il lavoro di Groppi uscito su Limes è il sunto di una ricerca molto più dettagliata, iniziata nel 2011 e aggiornata ancora di recente (Dossier sulla comunità islamica: indice di radicalizzazione, disponibile online in italiano sul sito Internet dell’International Institute for Counter-Terrorism di Londra).
La tesi più significativa dello studioso riguarda il ruolo di Milano e della Lombardia nello scenario italiano del fondamentalismo.
Un ruolo primario, assolutamente centrale.
«Da anni questa zona offre al jihad globale il più elevato numero di combattenti italiani diretti verso i vari teatri di guerra – scrive Groppi – Già in occasione del conflitto nei Balcani degli anni ’90, guerriglieri erano partiti da Milano sotto la guida dell’allora imam di viale Jenner, Anwar Shaaban, comandante del battaglione di mujahidin stranieri impegnati a difendere i musulmani bosniaci. Il capoluogo lombardo e altre realtà adiacenti hanno però assunto un ruolo cruciale con la guerra in Iraq del 2003 – dice ancora Groppi – Dei 12 principali reclutatori noti alle autorità italiane, 7 agivano principalmente in Lombardia e almeno una dozzina dei quasi 30 jihadisti reclutati proveniva» dalla nostra regione.
Venendo a oggi e ai rapporti tra il vecchio continente e il Califfato, «dei quasi 60 individui» partiti dall’Italia «per schierarsi al fianco dei ribelli anti-Asad, una decina proviene da Milano o zone limitrofe. Inoltre, della dozzina di cittadini italiani neoconvertiti partiti per la Siria o desiderosi di divenire foreign fighters, almeno quattro vengono dai comuni di Milano, Como e Cantù».
Punto di snodo di questo islam estremistico lombardo sono le moschee, nelle quali prevalgono una predicazione e una «retorica radicale».
Scrive Groppi: «Le varie forme di attività jihadista sono state spesso sostenute e avallate da un clima ideologico favorevole, considerato che le comunità lombarde contano il maggior numero di imam coinvolti in attività terroristiche». E ancora: «Milano, ma anche zone del Varesino, del Comasco, del Bresciano e del Bergamasco, hanno ospitato sermoni radicali inneggianti alla violenza e all’intolleranza religiosa». Anche se, ammonisce con chiarezza il ricercatore del King’s College, «tali realtà radicali sono in netta minoranza all’interno della comunità islamica. Radicalizzazione e terrorismo non sono necessariamente complementari: dei membri radicali presenti in ogni gruppo politico e religioso, solo pochi divengono attivisti violenti».

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