Territorio

300 donne al rogo: la caccia alle streghe che arrivò a Como nel 1416

Essere una donna nel passato era difficile. Anche una tranquilla città come Como ha avuto le sue streghe. Bruciate ovviamente.

L’Inquisizione è stata uno dei capitoli più neri della Chiesa cattolica, le vittime di una caccia incessante sono state moltissime.

Storicamente parlando, la vita delle donne sotto l’egida di una religione castrante fu difficoltosa. Levatrici, curatrici o ragazze semplicemente giudicate “carine” per gli standard dell’epoca potevano essere additate come streghe.

Purtroppo sembra che nessun luogo sia stato risparmiato da questo flagello. Nel 1416, la città di Como fu teatro di una delle più cupe manifestazioni della giustizia inquisitoriale medievale.

Sotto la guida dell’inquisitore frate Antonio da Casale, si compì una repressione di dimensioni spaventose: trecento donne vennero consegnate alle autorità civili per essere messe a morte, accusate di stregoneria.

Le streghe a Como

Questo evento, rappresenta l’apice di un oscuro periodo di sospetto e azioni violente che colpirono la popolazione femminile. La paura del male, intrecciata con credenze religiose e una certa ignoranza, si trasformarono in una macchina giudiziaria, capace di trasformare semplici dicerie in condanne a morte. Il meccanismo giudiziario che regolava questi processi era molto articolato e spietato. Le accuse prendevano avvio da elementi apparentemente insignificanti: un comportamento ritenuto ambiguo, l’appartenenza familiare a individui sospetti, oppure semplicemente una reputazione poco gradita alla comunità.

A volte un neo sul volto, i capelli rossi e tratti somatici particolari potevano scatenare le accuse. La giurisdizione ecclesiastica raccoglieva le denunce, mentre l’autorità civile eseguiva le sentenze, spesso sancite dopo confessioni estorte sotto tortura. In tale contesto, il concetto giuridico di presunzione d’innocenza era inesistente, sostituito da un sistema indiziario che apriva le porte di un processo iniquo.

Streghe lariane – Pixabay – CorrierediComo.it

Vittime silenziose dell’Inquisizione

Le vittime di questa tragedia erano in gran parte donne in situazioni particolari: vedove, guaritrici, levatrici, spesso colpevoli solo di conoscere le erbe o di vivere ai margini della società. Tuttavia, le persecuzioni non risparmiarono neppure membri di famiglie benestanti, colpiti per vendette personali o rivalità patrimoniali. Il supplizio del rogo era la pena più comune, dal momento che la lex inquisitoria considerava la combustione come purificazione estrema.

Solo in epoche più tarde si concesse, talvolta, la decapitazione, giudicata un atto di clemenza. I documenti che restano, seppure siano frammentari, delineano una realtà sconcertante: quella di una giustizia bieca, radicata in una cultura del sospetto, dove l’ordinario si mescolava alla follia collettiva. Una storia che oggi mostra come anche nei luoghi più placidi, l’orrore è arrivato sulle ali dell’ignoranza.

Ilaria Lando

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