Lettere

ABBANDONARE LA FATICOSA VIA DEL ”REALE” È IL VERO RISCHIO DEI SOCIAL NETWORK

Risponde Agostino Clerici

I social network sono l’invenzione del secolo. Penso ai milioni di persone in tutto il mondo che ne fanno un uso quotidiano. Penso al loro potenziale per comunicare, per condividere, per “fare notizia” più velocemente dei tradizionali mass media. Sui social network – chi l’avrebbe mai detto – si fanno le campagne elettorali e persino politica. Tuttavia, come ho recentemente letto sul “Corriere di Como”, aumentano le persone che preferiscono mollare tutto. Le cause? Tra le tante, lo stress di essere sempre connessi per condividere e scambiare messaggi, foto e video in tempo reale e soprattutto il rischio di perdere la propria privacy. E ciò lo capisco, soprattutto quando vengo a sapere che le aziende cercano sui social network ulteriori informazioni quando devono assumere nuovi occupati (gusti, amicizie, orientamenti politici, eccetera) perché il semplice curriculum non basta. Insomma, in tanti fanno un passo indietro, perché si è oltrepassato il limite. Come biasimarli?
Pier Paolo Zenoni

Già. Come biasimarli? Quando ero un ragazzo, si scrivevano i diari e le lettere con la penna, e anche allora capitava che qualche intruso li leggesse e magari ne spifferasse il contenuto. La platea dei curiosi, però, era sicuramente più piccola di quella di una bacheca su Facebook e i rischi di violazione della propria segretezza sono enormemente più grandi sui social network. Non entrare nemmeno o abbandonare il campo sono scelte legittime, sia chiaro, soprattutto se sono motivate dall’esigenza che questi strumenti si dotino di regole più trasparenti e di meccanismi di protezione meno farraginosi e non facilmente aggirabili. Eppure, al momento mi sembra una battaglia persa. La rete del cosiddetto web 2.0 è nata propria per superare le regole della comunicazione della carta (e della “vecchia” mail). Qualcuno la usa per mettersi in mostra e qualcuno per nascondersi e, purtroppo, i due rischi restano altissimi, perché un vero filtro all’ingresso non esiste: il “libro delle facce”, ad esempio, permette di tenere nascosto il volto, la vera identità e anche l’età, e tutto il marchingegno dei social network, creati per mettere in relazione, può facilmente trasformarsi nel più potente ingranaggio della finzione e della vanità che il mondo abbia mai conosciuto. In attesa che una regolamentazione più seria venga attuata dalla comunità internazionale, tenendo conto che la Rete è allergica a tutto ciò che cerchi di… rallentarla, vale la pena di pensare sempre tre volte prima di cliccare, evitando quelle manifestazioni di narcisismo che purtroppo, invece, affollano le bacheche di Facebook, e non solo quelle degli adolescenti! Detto questo, è pur vero che il rischio di un cattivo utilizzo di uno strumento non lo fa diventare automaticamente cattivo. Il grande Sant’Agostino divideva le cose buone della vita in due gruppi: quelle che bisogna usare e quelle che bisogna godere. Ora, mi pare indubbio che la recente rivoluzione telematica sia una cosa in sé buona. Da usare bene, però, e non tale da costituire un fine di cui fruire, ma sempre restando un mezzo di cui usufruire saggiamente. I problemi nascono proprio qui, da un delirio di relazione che prende la strada quasi ossessiva del “virtuale” e abbandona quella più faticosa del “reale”, tanto che incontrarsi è diventato quasi sinonimo di “vedersi su Facebook” e, anche quando ci si incontra veramente, ci si dà appuntamento sul social network con la scusa che lì, davanti al monitor, si è più disinibiti e anche più sinceri (e, spesso, è vero esattamente il contrario!). L’ultima invenzione annunciata nei giorni scorsi – i Google Project Glasses, gli “occhiali per la realtà aumentata” – è una rivoluzione che rischia di scombinare proprio la dinamica dell’incontro: non saprai più se uno sta guardando veramente te, o non invece l’immagine che la Rete sta proiettando sulla sua retina. Sì, la Rete direttamente nella retina… L’unica soluzione sta nella vecchia regola della moderazione nell’uso degli strumenti, a maggior ragione se sono mezzi di comunicazione veloci e tendenzialmente anarchici, che possono mettere a rischio la propria identità e la segretezza dei dati. La vera emergenza, cioè, è educativa. Vale per una semplice zappa – che può servire a vangare l’orto, ma anche a fracassare la testa di un malcapitato – e a maggior ragione vale per i social network, perché le parole e le immagini – dette o digitate, scattate e postate – possono fare più bene di una carezza o più male di una pietra. Paradossalmente la prima regola di moderazione – come insegna una multiforme tradizione filosofica e religiosa – è costituita dall’ascesi, che è talvolta rinuncia ma, nella sua essenza, è capacità di rinunciare, di fare a meno, di accendere e di spegnere. La smania di velocità che il mondo del web 2.0 ci ha instillato nella mente – per cui ti aspetti una risposta, magari smozzicata, dopo pochi secondi che hai messaggiato, direttamente sul telefonino, che sta sempre sul palmo della tua mano – questa rischia di diventare una patologia, una sindrome da cellulare acceso come la chiamano gli psichiatri. E non sarebbe che l’ultimo caso in cui un possibile beneficio si trasforma in malattia a causa di un abuso umano. Io, per il momento, mi tengo i miei account nei social network, cercando di usarli bene senza lasciarmene strumentalizzare. Amo, però, godere immensamente di quegli incontri in cui posso anche guardare negli occhi l’anima delle persone. E soprattutto comprendo e accolgo anche quanti, liberamente e legittimamente, continuano a non avere un profilo su Facebook e suonano il citofono di casa, quando vogliono parlare con me.

27 Gennaio 2013

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