Abiti inadeguati nelle chiese. «Bisogna usare il buon senso»

L’opinione dei parroci dopo la vicenda di Lomazzo
L’apostolo Paolo diceva: «Similmente io voglio che le donne si adornino d’abito convenevole, con verecondia e modestia: non di trecce e d’oro o di perle o di vesti sontuose». Una citazione forse troppo altisonante per discutere dell’insolito episodio accaduto nella chiesa di San Vito e Modesto a Lomazzo. Ma che ben riassume il nodo cruciale della vicenda, ormai nota: domenica scorsa una 38enne di Bregnano è stata invitata dal sagrestano a uscire durante la funzione perché indossava un abito

ritenuto non opportuno. Un vestito che lasciava braccia e spalle scoperte, senza però essere scollato.
Mancanza di rispetto? Scarso spirito cristiano? Difficile dirlo. Certo è che, soprattutto d’estate, non è raro vedere all’interno delle chiese abbigliamenti insoliti. E anche ieri mattina, fuori dal Duomo di Como, seduti a osservare i tanti turisti intenti a entrare in Cattedrale, si poteva assistere a una vera e propria sfilata di mise imbarazzanti. Soprattutto fra gli stranieri che tra calzoni alla zuava, t-shirt in colorama e magliette, magari anche a maniche lunghe, ma con frasi in inglese impronunciabili, ammiravano il Duomo. Incuranti del cartello posizionato all’ingresso che elenca una serie di divieti. Dal non indossare magliette troppo scollate a non entrare in chiesa con calzoncini o gonne corte.
Regole di buon senso più che precetti religiosi. «Ovviamente c’è caso e caso – spiega don Lorenzo Bataloni, arciprete del Duomo – Non conosco nel dettaglio quanto avvenuto a Lomazzo. Ma penso che sia necessario usare il buon senso. Non stiamo a guardare il centimetro delle gonne. È una questione di educazione e rispetto nei confronti del luogo in cui si entra e verso le altre persone che lo frequentano. Abbiamo posizionato questi cartelli che riportano alcune indicazioni di massima, soprattutto perché in Duomo arrivano spesso molti turisti e capita che siano vestiti in maniera non proprio adatta. Basta però molto poco: un golfino sulle spalle o un foulard».
Il decoro in chiesa è una necessità ancora maggiore in luoghi ad alta densità di turisti. E la Basilica di San Pietro, a Roma, fa scuola. Nell’edificio sacro è infatti vietato entrare con gambe e spalle nude. In particolare per le donne sono proibite le minigonne, i pantaloncini corti e gli abiti scollati. Via libera a bermuda e gonne al ginocchio. Sul fronte maschile sono proibiti i pantaloni corti, i bermuda e le canottiere. Questa regola, strettamente osservata in San Pietro, è però valida in generale per tutte le chiese.
In alcune città, come Venezia o Firenze, all’esterno delle chiese sono comparsi distributori di copri-indumenti in plastica da indossare sopra i vestiti “sconvenienti”.
Il dibattito sull’abbigliamento da indossare quando si entra in un edificio sacro non coinvolge minimamente don Andrea Livio, parroco di San Vito e Modesto a Lomazzo – la chiesa al centro della vicenda – noto anche per essere il cugino di Silvio Berlusconi.
«Sono stupidate. È tempo sprecato», ha dichiarato ieri don Andrea infastidito per il clamore che il caso ha suscitato.
Ma nei mesi scorsi, con il caldo estivo opprimente, un altro parroco, forse più lungimirante, aveva previsto i possibili inconvenienti legati all’abbigliamento dei fedeli. Si tratta di don Mauro Colombo, parroco a Guanzate e Bulgarograsso. «Non si tratta di un atteggiamento da “bacchettoni” – dice don Mauro – Anzi, ha più una valenza laica dare significato agli indumenti. Comunque ciò che si chiede è solo il rispetto per un luogo dove si prega e per ciò che la chiesa rappresenta. Visto che, specialmente in estate, a volte non si cura l’abbigliamento, mi sono solo permesso di dare alcune indicazioni sul foglio parrocchiale su come vestire. Niente di più».

Fabrizio Barabesi

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