Accoltellò il cugino dopo una lite: patteggia

caserma Carabinieri di Cantù

Ha chiesto scusa al cugino, ha rimborsato simbolicamente 1.500 euro come risarcimento del danno, poi ha scelto la via del patteggiamento di fronte al giudice dell’udienza preliminare di Como, Massimo Mercaldo.
Un accordo sulla pena che è stato trovato con il pubblico ministero Antonia Pavan e che poi è stato ratificato dal Gup: si è dunque conclusa con 4 anni e 8 mesi di reclusione la storia che risale al 16 di agosto 2020 in quel di Carbonate. La contestazione che era sul piatto era quella di tentato omicidio. In aula, assistito dall’avvocato Francesca Binaghi, è così finito un senegalese di 34 anni, Kebe Mbaye, accusato di aver accoltellato il cugino 25enne.


Il parente era stato ferito con una fendente al costato scagliato al culmine di un litigio. Secondo quanto raccontato dal padre della vittima, i due avevano iniziato a discutere nella camera del figlio al punto da non poter essere separati. Il padre si era allontanato per chiedere aiuto e al ritorno aveva trovato il personale del 118 che medicava la coltellata al fianco del figlio.
Un taglio profondo, che aveva comportato una lunga operazione per medicare la perforazione dello stomaco e del diaframma.
Il coltello, che era poi stato recuperato dai carabinieri della compagnia di Cantù, nella foto, aveva una lama lunga 20 centimetri.

L’accusa formulata dal pubblico ministero era stata prima quella di lesioni aggravate, poi tramutata in tentato omicidio.
Il 34enne senegalese aveva atteso sul posto, fuori dalla casa di Carbonate, di essere arrestato e portato in carcere. Oggi invece si trova ai domiciliari.
In un primo momento si era avvalso della facoltà di non rispondere. Poi, in un secondo momento, aveva chiesto di essere interrogato dal pm Pavan: «Non l’ho colpito apposta… muovevo il coltello davanti a me per difendermi, lui si è buttato contro…», aveva detto.
Il cugino, ferito allo stomaco, aveva subito un intervento chirurgico lungo nove ore. Più di 40 i giorni di prognosi.
Tutto sarebbe partito da futili motivi, ovvero l’ingresso non autorizzato nella camera del cugino. Il litigio sarebbe via via diventato più cruento, con il 34enne picchiato (a suo dire) in modo violento dal parente. Per la Procura, tuttavia, non ci fu alcuna legittima difesa: la vittima, secondo il pm, fu infatti colpita «con forza e improvvisamente, in totale assenza dei presupposti della legittima difesa, affondando l’arma due volte, ovvero reiterando il colpo dopo il primo affondo senza estrarre completamente la lama». Vicenda in cui, alla fine, l’indagato ha scelto di patteggiare chiedendo anche scusa al cugino per quanto avvenuto.

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