Accusato di abusi sulla figlia di due anni: non ci sarà la revisione del processo

La Corte di Cassazione

Niente revisione del processo, come invece era stato chiesto dai legali del padre condannato a 7 anni e 6 mesi per abusi nei confronti della figlia di appena due anni. La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso che era stato presentato dopo che la Corte di Brescia si era opposta alla revisione. Una decisione anche un po’ a sorpresa, quella dei giudici romani, visto che solo pochi mesi fa la stessa Cassazione aveva bacchettato i colleghi lombardi, rimandando gli atti a Brescia e criticando la posizione che era stata assunta, ovvero quella di non aprire a nuove valutazioni sulla delicata vicenda. Invece, nelle scorse ore, anche la Cassazione – non accogliendo il ricorso della difesa – ha “sposato” la decisione presa chiudendo il caso forse definitivamente, anche se i legali del padre condannato non vogliono arrendersi.
«Siamo sconcertati dalla decisione della Corte – dichiarano gli avvocati Ambra Giovene e Cataldo Intrieri, del foro di Roma – Attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza per valutare il ricorso straordinario in Cassazione o alla Corte Europea dei diritti dell’uomo poiché ravvisiamo una palese violazione dei diritti umani nella vicenda subita dal nostro assistito. Il materiale probatorio raccolto forniva elementi oggettivi a sostegno del ricorso, e ci riferiamo in particolare ai pesanti rilievi della comunità scientifica sul mancato utilizzo di metodologie accreditate e riconosciute nello svolgimento della perizia su cui si era fondata la condanna. Si tratta di un problema, oltre che scientifico, di civiltà, che purtroppo non riguarda soltanto il nostro caso ma molti altri, in un sistema che ostinatamente rifiuta di correggere i propri errori».
Il padre, riassumendo la vicenda, era stato condannato in via definitiva alla pena di 7 anni e 6 mesi di reclusione per aver abusato della figlia di appena due anni. Episodi che sarebbero avvenuti nella Brianza comasca. Contro l’uomo, che ha sempre negato le accuse, c’erano le dita puntate della moglie (da cui si stava separando) e della nonna della bambina, ma anche quelle di una pediatra che nel cambio del pannolino aveva visto arrossamenti nelle parti intime.
Il giudice decise di nominare un perito che ascoltò la bambina e che nella relazione finale riferì di risposte volte a confermare le accuse. Fu un elemento cardine per arrivare alla condanna nei tre gradi di giudizio, l’ultima in Cassazione datata 14 ottobre 2016. Gli avvocati del padre tuttavia chiesero alla Corte d’Appello di Brescia la revisione del processo. Sul tavolo, la difesa giocò due carte pesanti: la sanzione del perito del giudice da parte dell’ordine degli Psicologi della Lombardia per le metodologie usate per sentire la bambina, ritenute non opportune, e pure l’operato della pediatra fu duramente criticato. I giudici di Brescia rigettarono la richiesta di revisione, ma la Cassazione li “bacchettò” rimandando gli atti in Lombardia, ritenendo degne le segnalazioni. Brescia rigettò di nuovo il ricorso, trovando questa volta la condivisione della Corte di Cassazione.

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