Achille, l’amico più caro che se ne andò in silenzio

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Memorie lariane
di Renzo Romano

Da questi viaggi all’indietro nel tempo torno sempre arricchito nel cuore e nell’intelligenza. La memoria ridisegna volti, luoghi, avvenimenti. Come un bravo pittore, essa tocca e ritocca i miei ricordi con gli infiniti colori della sua tavolozza. Sfiora appena la tela del mio vissuto con i pastelli più delicati e mi trovo avvolto in un’atmosfera di malinconia e di un amichevole magone. Affonda il pennello intinto delle tonalità più violente e mi ritrovo disperato nel buio di accadimenti sordi

ad ogni tentativo di conforto o di accettazione. Il Cielo mi guida in questi viaggi nella memoria, le nuvole suggeriscono la meta, indicano il percorso. Io mi lascio travolgere fiducioso e mi ritrovo di volta in volta triste e felice, malinconico e spensierato, solo e in mezzo alla folla.
Oggi è il calendario a suggerirmi dove recarmi. Mi aspetta novembre, il mese delle ombre, il tempo del ricordo di chi mi ha lasciato anzitempo. Percorro timoroso il viale delle case dei morti. Amici e sconosciuti mi sorridono da foto ingrigite dal tempo. Il fruscio della ghiaia accompagna i miei passi indietro negli anni. Intorno è silenzio.
Un mio compagno di scuola ammicca dietro un mazzo di fiori, uno sconosciuto pare che che mi stia chiamando, un viso severo di bimba strappata troppo presto alla vita mi scruta. Il mio cammino sul viale si fa sempre più faticoso, i sorrisi da quelle tombe sono pianto. L’intelligenza annichilita , annullata, sopraffatta dal dolore del ricordo; il cuore arreso alla tristezza più cupa.
Non riesco a trattenere le lacrime quando mi ritrovo davanti alla lapide di Achille, l’amico più caro e prezioso, mio testimone di nozze. Lo rivedo elegante, bello, sorridente, amico davvero, emozionato, nella piccola cappella sotto l’altare della basilica di San Bartolomeo, un garofano bianco nell’occhiello della giacca dell’abito da cerimonia confezionato per l’occasione.
Mi lascio sedurre dal ricordo, mi arrendo al ricordo. Il matrimonio in un freddo giorno di gennaio del millenovecentosettantadue. La cappella piena di fiori, i volti cari di parenti e amici. Il viaggio di nozze in giro per l’Italia, gli ultimi giorni in Riviera nell’appartamento di uno zio, la vita che sorride. Quella sera in terrazza a godersi la brezza dal mare. Il trillo improvviso del telefono. Da Como una voce: Achille è morto. L’amico più caro, una comunione d’affetti, la sicurezza di poter contare su qualcuno. L’aria di colpo pesante, irrespirabile. I bagagli alla rinfusa, l’incredulità, il pianto soffocato, il ritorno a casa affrettato. La piazzetta di Appiano Gentile, il negozio di alimentari di Achille chiuso, la saracinesca abbassata. La bara ricoperta di fiori, il cordoglio sincero della gente, i volti rigati dalle lacrime di Luisa e Polda, private di padre e marito. Il procedere lento del funerale, i miei singhiozzi, il pianto… Achille non c’è più!
Corro ancora più indietro nel tempo, cinque anni prima, nel 1967. Una domenica d’autunno, a cena a casa di Achille. Un malore improvviso, il cuore di Achille si mette a battere all’impazzata, l’affanno, la paura, la corsa all’ospedale, la diagnosi impietosa. Bisogna intervenire al più presto. «Il cuore fa i capricci, le speranze sono poche», le terribili parole del medico. Il rischio è altissimo, ma l’alternativa è la morte entro pochi giorni. Intanto, dall’altra parte del mondo, in Sudafrica, il professor Christian Barnard effettua il primo trapianto di cuore e apre fondate speranze di vita a tanti sfortunati.
Achille adagiato sulla barella prima del complicato e rischioso intervento, il chirurgo con il camice verde, le luci accecanti, coraggio! Il deciso rifiuto di Achille al parroco amico: «No, non mi confesso, io voglio vivere, io devo vivere!», dice con convinzione.
La delicata operazione al cuore, la lunga convalescenza, la vittoria della vita sulla morte. Gli anni felici, il male sconfitto, il piacere e la gioia della sua amicizia. Il mio matrimonio, un tappeto azzurro il regalo di Achille, il più bello e il più gradito.
Poi improvvisamente il dramma. Una sera d’inverno, il televisore acceso, la sigaretta tra le dita, Polda in cucina, Luisa sul libro di francese, Achille ha un sussulto, piega la testa da un lato. Se ne va così, in silenzio.
I passi lenti sulla ghiaia del viale del cimitero. È tutto finito. Il ricordo svanisce, il mio viaggio nel tempo è è terminato. La pioggia si confonde con le lacrime, un cielo bigio e minaccioso mi accompagna nel mio ritorno a casa. Il conforto delle cose care. La vicinanza di Paola, il suo amore. La solita poltrona, il tavolino di cristallo su un tappeto azzurro, dono di nozze, il più bello e il più gradito, il regalo di Achille.

Nella foto:
Fiori al cimitero nel ricordo dei defunti, un rito delicato che ha il suo culmine ogni anno in corrispondenza con il 2 Novembre, giorno dedicato alla commemorazione di chi ci ha lasciato

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