Afghanistan, i nodi vengono al pettine

Generale comasco Luigi Scollo

In Libano nel 1983 ci arrivò da tenente, in tempo per capire cosa fosse un’autobomba, quando con i suoi uomini tirò fuori dalle macerie i corpi dei soldati americani uccisi nell’attentato del 23 ottobre al quartier generale delle truppe Usa. Poi ci furono l’Albania nel ’97, l’Iraq nel 2004, l’Afghanistan due volte nel 2005- 2006 e nel 2009-2011. E la Libia, nel 2012, dopo la morte di Gheddafi.

Luigi Scollo, comasco, generale di divisione oggi in pensione, ha partecipato a un numero impressionante di missioni all’estero. Soprattutto a Kabul ha visto da vicino i combattenti della jihad. Ne conosce metodi e ideologia. E ora di fronte alla conquista inarrestabile dell’Afghanistan da parte dei taliban non nasconde perplessità e timori.

«È una sconfitta per gli Usa e per la Nato – dice – Una decisione presa da Donald Trump e avallata dal successore Joe Biden per puri motivi di politica interna e di consenso elettorale rischia di avere effetti devastanti sulla regione. E per l’Occidente. A nessuno piace fare marcia indietro, ma questa è una fuga. Temo che torni un regime oscuro come quello in atto prima dell’11 settembre, e di sicuro non si ripeterà quella democrazia imperfetta che è venuta dopo e che ha permesso anche cose buone: una generazione di afghani ha potuto frequentare la scuola, e questo ha giovato molto soprattutto alla popolazione femminile».

«Abbiamo cercato – continua il generale Scollo – di cambiare un Paese portandolo da un sistema di governo feudale a un sistema più o meno moderno: in Europa ci abbiamo messo sei secoli, ma la natura non fa salti come si suol dire. Vent’anni non sono certo bastati, e le tempistiche di una campagna militare non permettono di cambiano l’assetto profondo di una nazione. Per questo non bisogna meravigliarsi se poi succede quello che vediamo».

L’esperienza in Afghanistan ha permesso al generale comasco di toccare con mano quello “scontro fra culture” che le vicende degli ultimi decenni hanno posto in risalto: «Vedevo a Kabul alcune donne vestite alla occidentale, ma erano una esigua minoranza. In Occidente si sono spesi fiumi di parole sulla pratica del burqa ma da molte donne afghane è vissuto come una forma di difesa. Questo per dire che una cambiamento vero non avviene per decreto, ma quando la gente è pronta a farlo. Con buona pace di molti dei “nostri” talebani, ossia di quelli che pensano che il nostro sia l’unico modello accettabile anche per gli altri, che non comprendiamo. Ma per loro siamo noi gli anormali e quindi dobbiamo sempre stare molto attenti quando pretendiamo di avere le chiavi di casa del posto in cui siamo soltanto ospiti stranieri».

Il fisico Maurizio Martellini dell’Università dell’Insubria è direttore generale del Landau Network nell’ambito della Fondazione Volta e in tale veste si è da tempo occupato di disarmo nucleare e di crisi geopolitiche internazionali.

«L’Afghanistan è una zona non strategica ma “cuscinetto” tra gli imperi, che oggi sono Russia, Cina e Usa. In tale quadro emergono crisi e contraddizioni. L’assenza ad esempio di un complesso militare di difesa e sicurezza strettamente europeo: la prossima eventuale guerra sarà sul Pacifico, magari per la difesa di Taiwan o per un altro analogo casus belli. Non certo per l’Afghanistan. Da cui ora gli Usa si ritirano come fecero dal Vietnam: Kabul come Saigon. Intanto per il popolo afghano gli Usa hanno versato il sangue di troppe vittime e circa 850 miliardi di dollari, senza contare il supporto in denaro e mezzi dato ai signori della guerra. Sono venuti in Afghanistan senza un piano strategico e senza un piano se ne vanno, ecco il limite della “pax americana”: non capiscono il mondo e non imparano dai propri errori. E qui emerge anche un’altra crisi, quella della Nato, che non si capisce più bene che ruolo abbia. Per il futuro di Kabul vedo un ritorno alla struttura medievale che c’era a inizio secolo Ventunesimo, controllata non più dal governo corrotto e incapace che oggi perde colpo su colpo il controllo del Paese ma appunto dai signori della guerra che manterranno aperti i contatti con il mondo per traffici di armi e droga. A questo punto le coscienze di noi europei dovrebbero svegliarsi, finalmente. Ma dubito che il vecchio continente abbia ancora la capacità di dire la sua sullo scacchiere geopolitico mondiale».

E i talebani? «La loro bandiera è il terrore. L’esercito regolare è allo sbando, totalmente abbandonato da generali e politici, e i taliban ne traggono vantaggi. Per il contadino medio afgano appaiono più affidabili della bandiera a stelle e strisce». C’è un rischio di recrudescenza dell’Isis? «No, i taliban l’hanno combattuto. Vogliono solo stabilire la legge della Sharia, ossia la legge sacra dell’Islam, nella forma più semplice e che il popolo possa seguire e capire».

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