Afterhours al Sociale con l’energia di sempre

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(l.m.) «Non serve la violenza per essere abrasivi». Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, dopo il trionfale tour invernale per celebrare il successo del fortunato album Hai Paura del Buio? del 1997, bissato anche nel periodo estivo, svela l’atteso concerto della band indipendente più autorevole d’Italia del prossimo 1° febbraio alle 20.30, al Sociale di piazza Verdi.
«Con il nostro tour nei teatri ci addentriamo in una nuova sfida: un sound più elaborato, fatto di dettagli, sfumature, una trama più sottile che chiederà più impegno, più precisione negli arrangiamenti. Permetterà di scoprire quei dettagli che di solito nei concerti rock si perdono. Ma non sarà un concerto unplugged, suoneremo elettrico come al solito e con la nostra energia di sempre. Non occorre dare “botte” per raccontare questi tempi particolarmente violenti».
Una dimensione riflessiva che appartiene al Dna della band, ma che finora Agnelli e soci non avevano ancora sperimentato. Adesso è venuto il momento di un tour indoor su palcoscenici antichi o storici come è appunto il Sociale, da cui non si esclude affatto di trarre un nuovo live e anche una ripresa video, in attesa del nuovo album che è previsto per il 2016, a 4 anni da Padania.
«Stiamo abbozzando nuovi brani, finito il tour ci metteremo d’impegno – anticipa Agnelli – Sarebbe un peccato non cogliere al volo il nuovo stato di grazia e l’energia di Fabio Rondanini e Stefano Pilia (subentrati allo storico chitarrista Giorgio Ciccarelli, ndr). E al Sociale oltre a molti inserti di videoarte curati dal nostro Graziano Staino e a una carrellata di pezzi storici, spesso di raro ascolto ultimamente nelle nostre scalette come Dentro Marilyn, Bianca e Ossigeno, ci saranno – a rimarcare il lato intimista e meditativo dello spettacolo – improvvisazioni con letture di testi da Fernando Pessoa, Pier Paolo Pasolini ed Allen Ginsberg. Il tema è l’identità: in tempi come questi è urgente ridefinirsi, chiedersi chi siamo, come individui e come band. Se il pubblico non gradisce, può anche andarsene. A 48 anni non sono disposto a non essere me stesso. Ho scelto di vivere di musica perché è un’isola di libertà, e tutto ciò che è gabbia o costrizione  – anche il ruolo storico che abbiamo avuto in Italia nel mondo del rock indipendente – non lo voglio subire come un peso, una responsabilità. Non siamo una religione né un partito politico e nemmeno un’associazione culturale. Io non faccio musica per divertirmi, è il mio linguaggio, è l’aria che respiro. Se è inquinata, mi danneggia».

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