Al Sant’Anna la chirurgia d’avanguardia per le vertebre rotte

Una nuova tecnica salva dal rischio di lesioni al midollo e dalla tetraplegia
Giuseppe è caduto dalla bici nel Milanese a causa di una buca. Giusi è stata travolta da un’auto pirata a Lurago d’Erba. Entrambi hanno riportato la frattura delle vertebre C1 e C2. In pratica, l’osso del collo. Trattati in modo tradizionale, avrebbero rischiato una lesione del midollo e la tetraplegia. Nella peggiore delle ipotesi, dolori fortissimi, una riduzione della mobilità nella migliore. Invece sono stati i primi due pazienti operati nella neurochirurgia del Sant’Anna con un’innovativa tecnica che ha consentito un recupero pressoché totale.
Il primo, Giuseppe, operato nel febbraio scorso, da settimane ormai muove il collo perfettamente e sogna il momento in cui tornerà in bicicletta. La seconda, Giusy, è finita sotto i ferri il 17 agosto («Per la serie l’ospedale non va in ferie», come fa notare il primario di neurochirurgia Angelo Taborelli) e tra pochi giorni potrà abbandonare il “collare” e riprendere una vita normale.
Merito di Angelo Taborelli, dei suoi assistenti Massimo Rosati e Christian Capuano, e dell’intera équipe della neurochirurgia del Sant’Anna, un reparto che proprio in questi giorni festeggia tra l’altro i dieci anni di attività. E merito anche di un professionista tedesco, Junger Harms, il primo a mettere a punto la tecnica d’avanguardia utilizzata per curare Giuseppe e Giusy. La procedura, denominata “fissazione transarticolare”, prevede l’inserimento di viti e barre in titanio ed è effettuata solo in pochissimi centri specializzati.
«Parliamo di fratture complesse, casi eccezionali, tanto più difficili da trattare perché non sono mai uno uguale all’altro – sottolinea Massimo Rosati – Solo per rendere l’idea, i due pazienti, entrambi con la frattura della prima e seconda vertebra, sono stati operati in un caso con incisione anteriore perché era presente anche un grosso ematoma e nell’altro posteriore. Ogni caso deve essere valutato singolarmente in modo attento e dettagliato prima di decidere come procedere, anche perché l’intervento comporta rischi anche importanti».
L’alternativa è la vecchia tecnica conservativa. «In pratica si procede con l’immobilizzazione per un lungo se non lunghissimo periodo – spiega Taborelli – I rischi però sono notevoli e capita spesso che il paziente sia poi costretto a portare a vita il collare o un busto. Senza dimenticare il pericolo di tetraplegia, instabilità del collo e la possibilità di costanti, fortissimi dolori con una riduzione significativa della mobilità. Le nuove tecniche chirurgiche garantiscono invece un recupero post-operatorio ottimale».
Nel nuovo Sant’Anna, la neurochirurgia dispone di 14 posti di neurorianimazione. Otto gli specialisti, compreso il primario, che effettuano circa 650 interventi l’anno, oltre cento dei quali per tumori al cervello. «Abbiamo un numero sempre maggiore di casi complessi, provenienti da fuori – sottolinea il primario – È inevitabile sacrificare i malati con problemi non urgenti». Oggi, la nuova tecnica sarà utilizzata per un paziente affetto da artrite reumatoide con complicanze. «L’intervento è utile non solo in caso di traumi ma anche di patologie – spiega Massimo Rosati, medico svizzero che ha scelto di lavorare in Italia – Uno dei nostri punti di forza è l’attenzione alla formazione voluta dal primario».

Anna Campaniello

Nella foto:
L’équipe di neurochirurgia posa insieme con una paziente operata con successo al Sant’Anna (Mv)

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