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Allarme affollamento, il Bassone “scoppia”. A Como una delle quattro carceri italiane con oltre il 200% di presenze

«Due detenuti dove c’è posto soltanto per uno solo». Lapidaria ma efficacissima la descrizione che l’associazione Antigone fa di alcune carceri italiane enormemente sovraffollate nel suo ultimo “Rapporto sulle condizioni della detenzione” (il XV) pubblicato ieri online e dedicato ai “Numeri e criticità delle carceri italiane nell’estate 2019”.Carceri nelle quali gli spazi per i detenuti non soltanto violano clamorosamente le norme di legge, ma probabilmente anche quelle del buon senso. «A Como, Brescia, Larino e Taranto», si legge nel rapporto di Antigone, il tasso di affollamento è del 200%, se non addirittura superiore.La scheda della casa circondariale lariana, aggiornata al 31 giugno di quest’anno, parla della presenza di 467 detenuti a fronte di una capienza di 231. Oltre il doppio, quindi. Le donne sono poco meno del 10% dei reclusi (44), mentre gli stranieri sono oltre la metà (263).«Il carcere di Como – scrivono i ricercatori di Antigone – rappresenta un tipico esempio di struttura penitenziaria degli anni ’80 e mostra ben più degli anni che ha, sebbene sia stata sottoposta ad alcune fasi di ristrutturazione». Tra le «varie criticità» l’associazione indica «la presenza di una cosiddetta “area protetti” decisamente inadeguata, il cui utilizzo costringe le ospiti (nella stragrande maggioranza transgender) alla totale inattività. I progetti di trasferimento dell’area protetti verso altre strutture, più volte annunciati, non sono mai stati portati a compimento».Altro problema, «la presenza di soli due educatori in attività (a fronte di un organico di 4)», cosa che «rende difficoltosa, se non impossibile, la gestione del percorso» di rieducazione di molte persone detenute.La «riprova di questo problema – si legge ancora nella scheda di Antigone – viene dal ridotto numero di persone in grado di usufruire di permessi, sul totale dei detenuti con condanna definitiva (5 su circa 200). Spesso, infatti, tra un colloquio con un educatore e il successivo passano anche 6 mesi».Ma a Como manca pure «un mediatore culturale a fronte della presenza del 60% di stranieri», mentre «il numero esiguo di persone ammesse al lavoro esterno dà la misura della criticità della situazione e dello scarso legame del carcere con il tessuto sociale e economico locale». Insomma, un quadro che dovrebbe fare riflettere.

Redazione

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