All’inferno e ritorno. I familiari degli alcolisti in tre storie drammatiche

Disagio, ansia, paura, vergogna e solitudine. Sono gli stati d’animo ricorrenti nei familiari degli alcolisti. In più, ci sono i problemi pratici ed economici, spesso drammatici. I gruppi Al-Anon, per i congiunti e per gli amici di chi è caduto nel baratro di questa dipendenza, offrono un salvagente. A Como e in provincia ne sono attivi quattro, tra il capoluogo, Cantù ed Erba.
Garantiscono una partecipazione gratuita e la discrezione dell’anonimato. Le riunioni sono a frequenza libera, si basano sulla condivisione di esperienze comuni. Ognuno prende ciò che gli serve. Dagli incontri scaturisce una solidarietà spesso decisiva per affrontare le difficoltà della vita quotidiana a contatto con una persona cara che beve in modo compulsivo.
All’incontro per raccontare l’inferno e la possibile via d’uscita si presentano tre coniugi di altrettanti alcolisti. Per rispetto e per non metterli in difficoltà li chiameremo con nomi di fantasia: Anna, Paola e Luigi.
Anna è figlia e moglie di schiavi della bottiglia.
«Sono cresciuta in un ambiente nel quale mancavano le attenzioni di una famiglia sana – dice – Quando mio padre si presentava ai colloqui a scuola, mi nascondevo e cercavo di vedere come si comportava. Non conoscevo ancora la verità, ma qualcosa in lui non mi convinceva. Poi ho scoperto che beveva superalcolici al mattino. Non avrei mai pensato di sposare un uomo che aveva lo stesso male…».
Il resto è il fiume in piena di una storia terribile. Anna, a un certo punto del racconto, si commuove: «Mio marito mi picchiava e io spiegavo i segni delle botte dicendo a tutti che vivevo in una casa pericolosa, piena di spigoli… Per due volte mi sono risvegliata all’ospedale a causa di un cocktail di tranquillanti e superalcolici perché non ce la facevo più. In questo caos sono nati anche due figli».
Passano gli anni, ma la discesa agli inferi non si arresta. «A mio marito è stata ritirata la patente per guida in stato di ebbrezza e non ha più potuto lavorare. Nostra figlia, a 18 anni, se n’è andata via di casa. Lui ha buttato fuori me e il nostro figlio minore. Mi sono rifugiata dalla figlia, ma abitava in un luogo isolato e lui veniva di notte e faceva ciò che voleva. Alla fine anche lei mi ha allontanato perché non era più vita».
Anna prende fiato, poi conclude: «Andavo dove non mi conosceva nessuno, alla Stazione Centrale di Milano. Volevo recuperare mia figlia, le ho fatto pervenire una pianta e lei mi ha chiamato. Nel frattempo mi sono ricordata di aver letto da qualche parte di Al-Anon e lì sono rinata. Ho un grande debito di riconoscenza verso questa associazione, che è più di una famiglia.. Mi ha fatto pensare anche ad altro; un’amicizia così non esiste altrove».
Paola è moglie e mamma di alcolisti. Partecipa ai gruppi dal 2000. «Mio marito aveva problemi al fegato, peggiorava sempre più. Io non capivo che era alcolista. Arrivava dal lavoro depresso e si sdraiava sul divano senza interessarsi di niente. Non era marito, né padre. Una sera l’ho portato al pronto soccorso e lì è emersa la verità: mi è caduto il mondo addosso. Pensavo ai nostri due figli, al mutuo per la casa da pagare…».
Il racconto prosegue con l’escalation della malattia: «Ha subito diversi ricoveri, ha vissuto crisi di astinenza, poi non camminava quasi più. Ha provato ad entrare in comunità, ma ne è uscito. È stato seguito dal Sert, tutto inutile. Beve ancora e oggi dobbiamo arrangiarci a vivere con la sua pensione di invalidità».
A un certo punto Paola ha scoperto che anche il figlio si era avviato sulla stessa strada del padre: «Ha iniziato con qualche sbronza nei fine settimana, oppure attaccava briga. Capitava che a casa stesse male e vomitasse. Io pulivo. Il papà lo spalleggiava. Per una mamma non è facile vedere che un figlio si distrugge: aveva iniziato a 16 anni e io, ancora una volta, non me n’ero accorta. L’ho allontanato da casa, mettendogli la valigia fuori dalla porta: con due alcolisti non ce la potevo fare. Prima l’ha ospitato un amico, poi ha dormito sotto i ponti. Mi ha chiesto di poter dormire in garage in un sacco a pelo, andandosene al mattino presto prima che il padre lo vedesse perché temevo che lo rivolesse in casa».
Poi la svolta. Il medico di base dice a Paola che esistono i gruppi Al-Anon. «La prima volta che sono andata lì, ho aperto la porta e ho visto gente che sorrideva. Ho trovato accoglienza, mi sono sentita a casa, come se ci conoscessimo da tanto tempo. Mi ritrovavo nelle testimonianze che ascoltavo e mi sono sentita tranquilla. Quando mio figlio ha capito di aver perso tutto, ha finalmente deciso di curarsi ed è entrato anche lui nei gruppi degli Alcolisti Anonimi, che si riuniscono in una sala a fianco dei familiari. Da quattro anni non beve più».
Luigi è un veterano dei gruppi Al-Anon di Como. Anche il suo racconto è dura realtà. «Dopo venticinque anni di matrimonio mi sono accorto che mia moglie beveva. Per me è stato il tracollo. Avevamo una figlia con una bambina piccola, nostro figlio studiava a Milano e non tornava più a casa per non vedere la mamma ridotta com’era. Io pensavo di essere l’uomo più sfortunato al mondo».
Luigi ha un ricordo preciso della svolta per sé e per sua moglie. «Il 17 ottobre 1992, un sabato mattina, in tv durante una trasmissione della Rai è passato uno spot di Al-Anon con i numero del centro di ascolto. Mio figlio ha preso nota. Ha telefonato mia moglie e alla sera eravamo tutti e due al gruppo. Ho ascoltato le altre testimonianza e ho pensato che non potevo lamentarmi, quando tante donne presenti avevano paura ad andare a casa… Ho imparato molto dal gruppo e dal programma a cui è improntata la sua attività. Siamo tornati una famiglia unita».
Marco Guggiari

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