Monica Forte e la ‘ndrangheta a Cantù: «Altro che bullismo, pesa l’assenza del Comune»

Monica Forte presidente della Commissione Antimafia della Regione Lombardia

Riconosciuti 10mila euro all’unica parte civile: un ragazzo di 25 anni

«Il messaggio forte di questa sentenza è rivolto alla politica e alle istituzioni, le grandi assenti da quest’aula. Le stesse che avevano definito quello che avveniva a Cantù come “fatti di bullismo”».

Sono parole pesanti quelle pronunciate da Monica Forte, presidente della Commissione Antimafia della Regione Lombardia pochi minuti dopo la lettura della sentenza da parte del Collegio di Como. L’esponente politica del Movimento 5 Stelle ha seguito tutto il processo che si è svolto nel palazzo di giustizia lariano.

«Non erano semplici atti di bullismo – ha tuonato alla fine – Non erano ragazzate, ma criminalità organizzata di stampo mafioso. Sminuire questi fatti, come è stato fatto anche da amministrazioni pubbliche che non si sono costituite parte civile in aula come avrebbero dovuto, è stato un fatto grave. Ora, con questa sentenza, la politica e le istituzioni non ci fanno una grande figura».

«Politica e istituzioni devono avere il coraggio di dire a gran voce che faranno tutto il possibile per combattere le mafie. Ma non basta dirlo, bisogna anche mettere in pratica fatti concreti. Ed anche nel fare dichiarazioni pubbliche, bisogna fare un cambio di passo. Questa sentenza parla anche alle istituzioni e alla politica».

Aveva destato scalpore, oltre alla mancata costituzione del Comune di Cantù come parte civile, anche l’unica persona (delle molte che ne avrebbero avuto diritto) che si era presentata in aula per chiedere giustizia. Si trattava di un ragazzo, vittima di un pestaggio avvenuto in piazza Garibaldi il 16 gennaio del 2016. Quest’ultimo, 25 anni di Caslino d’Erba, era stato colpito a calci e pugni da più persone (25 giorni di prognosi per lesioni al volto e al torace) dopo essere intervenuto a difesa di un amico che senza apparente motivo era stato preso a schiaffi.

Ne era nata una colluttazione poi un inseguimento. Il gruppo di ragazzi era appena uscito dalla discoteca “Spazio”, teatro di una buona parte dei fatti contestati dall’Antimafia. Come dicevamo, questo 25enne era stato l’unico a presentarsi in Tribunale per costituirsi parte civile. Ieri la sentenza ha dato ragione anche a lui: cinque imputati sono stati condannati in solido – e in via provvisionale in attesa che la sentenza venga definita in sede civile – al pagamento di 10mila euro oltre alle spese di legali quantificate in 4.835 euro. Nessuna delle altre vittime delle angherie di piazza Garibaldi si era presentata in aula.

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