Cronaca

ANARCHIA SFRENATA

IL COMMENTO
di Maurizio Pratelli

Sulla fine della Ticosa si è detto e scritto di tutto. Le ragioni della sua fine, giuste o sbagliate, sono note a tutti.
Ma prima di quel fatidico 3 ottobre 1980, il giorno in cui la Società francese Pricel, che deteneva la proprietà dell’azienda comasca, risultate vane le trattative presso l’Unione Industriali di Como, inviò il telex da Parigi per annunciare la decisione di cessare ogni attività industriale, l’ideologia aveva già fatto più danni della crisi del tessile.
Perché

ancora oggi molte cose che accadevano all’interno di quella fabbrica, almeno dall’inizio della seconda metà degli anni ’70, restano difficili da comprendere.
Di certo lo furono per me che quella fabbrica, nel 1977, la vissi da esterno, da osservatore neutrale e, in qualche modo, privilegiato.
Per uno studente-stagista era difficile capire le ragioni per cui, ad esempio, nel reparto controllo qualità, quello in cui le pezze vengono srotolate dalle specole per rilevarne eventuali difetti, molto spesso i tessuti non venissero nemmeno guardati dagli addetti di turno.
Ma è possibile, mi dicevo, che nessuno capisca che così facendo i tessuti torneranno indietro e che l’azienda ne sarà danneggiata? È possibile, mi chiedevo ancora, che non si capisca che, alla lunga, questa azienda chiuderà e molte persone perderanno il posto di lavoro? Ricordo che, a bassa voce, provai a cercare una risposta dal capo reparto. Era un buon uomo, un lavoratore che si era dovuto arrendere a chi in quel momento rappresentava il potere all’interno della fabbrica.
La sua risposta fu terribile: «Non posso farci niente, se cercassi di imporre la mia autorità rischierei di essere picchiato». Questo clima pesantemente condizionato dall’ideologia politica, in buona parte sfuggito di mano anche ai sindacati più moderati, per mano di pochi stava portando all’anarchia un’azienda che già lottava per sopravvivere a un periodo difficilissimo.
La forte concorrenza di nuove aziende più moderne e snelle stava creando seri problemi a un colosso come la Ticosa.
Ma resta difficile, ancora oggi, non pensare che questa folle strategia dell’autodistruzione non abbia contribuito alla fine della Ticosa. Di certo ne ha accelerato i tempi.

MAURIZIO PRATELLI

10 Novembre 2013

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