Anche nel 2021 impieghi a rischio per gli italiani in Canton Ticino. I sindacati alzano la guardia

Dogana, frontalieri

Bilancio 2020 amaro per i frontalieri comaschi e prospettive incerte per il 2021. Secondo Andrea Puglia, sindacalista dell’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese che l’anno scorso ha festeggiato i cento anni di attività, «nel 2020 il numero di frontalieri in disoccupazione si è raddoppiato rispetto al 2019. Diversi settori economici hanno risentito della pandemia e in particolare la ristorazione e il comparto alberghiero, nonché il commercio al dettaglio, Ripercussioni ci sono state anche nell’industria di precisione (il mercato dell’orologeria) e metalmeccanica, dato che la tendenza all’acquisto di beni con la chiusura dei negozi ha subito una inevitabile contrazione. Per contro il settore sanitario e quello dei servizi alla persona hanno tenuto, anzi alcune realtà hanno assunto personale italiano».
Tra i 65mila lavoratori frontalieri in Svizzera, la metà circa è addetta a mansioni che richiedono la presenza. Ciò detto, lo smartworking ha inciso poco su questa realtà occupazionale. Secondo Puglia, occorre un monitoraggio serrato e capillare su tutto il mondo in questa fase di crisi diffusa: non basta fermarsi al solo aspetto fiscale, pure importanti.
«Trovo però fondamentale – dice – che sia stato approvato il doppio binario, la clausola di salvaguardia per chi ha lavorato tra 2019 e 2021. Di fatto però c’è forte preoccupazione per la tenuta del lavoro in sé e per questo come sindacati ci prodighiamo per garantire un sostegno alle imprese tramite finanziamenti federali, il salario minimo che debutterà nel 2021 e il congedo di paternità per aiutare le famiglie. Penso anche al contratto collettivo per architetti e ingegneri che prima non c’era. Sono tutte manovre di regolamentazione del mercato del lavoro che daranno io spero occasioni occupazionali importanti sia per i residenti che per i frontalieri».
Secondo Mirko Dolzadelli, responsabile nazionale della Cisl Frontalieri, la preoccupazione è forte: «Il 2019 ha registrato il maggior livello di frontalieri in Svizzera e in particolare in Ticino. E il 2020 il maggior numero di domande di disoccupazione. Sono campanelli d’allarme che con l’aggravarsi della crisi sanitaria in Svizzera torneranno a suonare. Ora la Confederazione ha preso decisioni restrittive come altri Paesi europei e quindi lo scenario per il futuro dell’economia delle aree di frontiera si è aggravato ulteriormente. Ultimamente ci siamo concentrati sul superamento dell’accordo del 1974 e dell’accordo fiscale del 2015, ma ora ci preoccupa di più il futuro del lavoro stesso come valore. Certo, se si parla di bicchiere mezzo pieno, la ormai imminente ratifica dell’accordo fiscale sulla base di una garanzia di salvaguardia per i frontalieri attualmente occupati garantisce la tenuta del loro potere d’acquisto. Ma sul tappeto il tema è un altro: si tuteli il lavoro da ogni parte della frontiera, e per questo trovo inopportune e fuori luogo le accuse ai frontalieri che vengono da certi politici ticinesi in vena i slogan demagogici. Siamo alle prese con una crisi che va affrontata assieme operando a favore del bene comune. Il lavoro non conosce confini, considerando anche l’enorme contributo dei frontalieri nel comparto sanitario e dell’assistenza alla persona in territorio elvetico».
Obiettivo del 2021, aggiunge Dolzadelli, «sarà riconciliare i rapporti con la Confederazione e i Cantoni per affrontare assieme questa drammatica crisi che non ha precedenti. E pensare seriamente a un mercato del lavoro che dovrà affrontare e vincere la sfida della rivoluzione digitale, ben consapevoli che parte del lavoro in presenza non potrà essere sostituito dallo smartworking».
Secondo Giangiorgio Gargantini, segretario regionale del sindacato Unia Ticino, «si è arrivati a imporre misure più restrittive in Ticino con grave ritardo, nonostante importanti economisti avessero importanti economisti svizzeri avessero lanciato l’allarme sui rischi per il sistema: abbiamo voluto giocare alla Svezia tenendo tutto aperto, senza valutarne i costi. Rendiamoci conto che la situazione è e sarà difficile anche nel 2021: l’economia svizzera regge, ma la situazione pandemica specie in Ticino lascia presagire ancora future difficoltà, ed è presto per formulare previsioni certe. Di sicuro non tollereremo rincorse alla produzione a qualsiasi costo, per colmare le lacune causate dalla pandemia. In certi cantieri in estate si è lavorato a ritmi folli, e non deve accadere. E vigileremo perché le condizioni di sicurezza per i lavoratori, tutti senza distinzione, siano tenuti sotto controllo. La Svizzera è un Paese ricco, può e deve affrontare in modo maturo con gli opportuni ammortizzatori sociali questa sfida inedita per la nostra storia».

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