Economia

Anni di piombo, lotta di classe boicottaggio costante e strisciante Ecco l’autodistruzione di un mito

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Nella gloriosa azienda lariana l’ideologia fece più danni della crisi

La Ticosa era una città nella città. Per un giovane studente del Setificio come me – era il 1977 – varcare i cancelli di quella grande fabbrica come stagista rappresentava un assaggio del proprio futuro. Uno stage di un mese all’interno dei vari reparti della Tintoria Comense era una sorta di verifica di tutto ciò che si era letto sui libri o immaginato nei laboratori di scuola. L’impatto con una fabbrica di queste

dimensioni avrebbe potuto disorientare chiunque.
I vapori della tintoria, i rumori delle macchine, il silenzio della cucina colori, ogni zona di questa enorme industria aveva una propria anima. Ma le visioni di un’adolescente, che cercava con entusiasmo il proprio domani tra quelle macchine sbuffanti e l’odore dei tessuti, si sarebbero presto frantumate nell’impatto con un mondo che mai avrebbe potuto immaginare sui banchi di scuola.
Nella seconda metà degli anni ’70, il sogno di una “fabbrica buona” svaniva appena si entrava in contatto con quella realtà. Anni di piombo, di scioperi e contestazioni che, inevitabilmente, complice una delle prime grandi crisi del tessile, avevano condizionato anche la vita della più grande azienda di Como. La prima frase con cui venni accolto quando varcai il reparto di finissaggio, certamente uno dei più ostili e inospitali di quella fabbrica, non fu esattamente un messaggio di benvenuto: «Cosa vieni a fare in questa azienda? Qui ti sfruttano, vattene a casa». Ricordo che non dissi nulla, abbassai il capo e cercai di trovare un senso a quell’invito.
A nemmeno 17 anni non era facile. Ma non ci misi molti giorni a capire che il clima all’interno della Ticosa, anche se non tutti i reparti vivevano le stesse condizioni di rabbia, rispecchiasse quello che tutto il Paese stava vivendo in quel particolare momento.
Era in atto una lotta di classe esasperata e il padrone rappresentava il nemico. Dovetti guardarmi bene dal dire che mio padre lavorava in quell’azienda come dirigente. Quelle poche volte che lo vidi comparire nei reparti, feci finta di nulla. Erano gli anni delle Brigate Rosse (l’anno successivo venne rapito Aldo Moro) e anche i dirigenti d’azienda erano stati presi di mira: alcuni vennero anche gambizzati.
Eppure tutto ciò che veniva prodotto in quella fabbrica continuava a emozionarmi.
Gli operai più anziani amavano quell’azienda che aveva dato da vivere alle loro famiglie per decenni. Non approvavano quello che stava succedendo, ma lo dovevano subire. Loro malgrado. Un mezzogiorno uscii dalla Ticosa e mi appoggiai al cofano dell’auto di mio padre, una Renault 20. Lo aspettavo per andare a pranzo. Un’operaia con la quale stavo lavorando in quei giorni mi vide e a muso duro urlò: «Non sarà mica tua quella macchina?» Mi alzai di scatto, le risposi che no, non era mia quella macchina, e andai a casa a piedi. Non l’ho nemmeno mai detto a mio padre, lo scoprirà solo oggi. Nonostante tutto, l’unica cosa che davvero allora mi preoccupava era quel mezzo litro di latte che mi davano da bere quando si usciva dal turno in cucina colori. Le polveri che si usavano per preparare i colori della stamperia entravano nel naso con effetti facilmente immaginabili. Le mascherine si usavano poco, troppo poco negli anni ’70.

Maurizio Pratelli

Nella foto:
Due anni dopo la sua chiusura, una parte della Ticosa (il famoso corpo a “C”, nella foto a lato) venne acquistata dal Comune e diventò il simbolo dell’immobilismo comasco. Nel 2007 venne abbattuta (nella foto sotto), ma l’area è rimasta una desolante spianata
10 Nov 2013

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