Antonia Pozzi, Paolo Cognetti e le montagne sopra il Lario

La poetessa Antonia Pozzi

Nel ghiaccio novembrino di un’alba tersa e fredda, lungo il profilo rosseggiante dell’Abbazia di Chiaravalle, una ragazza corre sulla sua bicicletta. È il 3 dicembre 1938, l’Europa è scossa dalle prime incursioni naziste. La campagna della periferia sud di Milano, in compenso, è tranquilla e deserta, non ancora soffocata da casermoni popolari e fabbriche. La ragazza corre e non sente il freddo, non avverte più nulla intorno a sé perché ha deciso di morire. Ha solo 26 anni.
Quella giovane donna si chiama Antonia Pozzi, proviene da una famiglia dell’alta borghesia milanese, la madre è mondana e attenta alle apparenze, il padre è un avvocato, molto formale nel suo ostinato autoritarismo. Antonia ama scrivere, lo fa da sempre, anche poesie. Nell’ultimo anno di liceo si innamora, ricambiata, del suo professore di lettere. Un uomo colto del sud che cercherà di convincere, inutilmente, il padre di lei dell’onestà del loro legame. Fu per Antonia, una grande sofferenza dover dire addio a questo amore, a cui dedicherà liriche appassionate. Sente il peso di un conformismo cui si ribella scrivendo, Antonia, ma in compenso ha la possibilità di viaggiare, imparare altre lingue, conoscere mondi nuovi.
Durante gli anni degli studi in Lettere all’Università di Milano, Antonia condivide le passioni e gli interessi di una generazione di intellettuali del calibro di Enzo Paci, Dino Formaggio (di cui la Pozzi si innamorò), Vittorio Sereni, Remo Cantoni, Giancarlo Vigorelli e Alberto Mondadori. Antonia Pozzi è amica di tutti loro e con loro intesse fecondi dialoghi che trattano sia di argomenti personali sia di arte, filosofia e poesia. C’è un’ansia di conoscenza che pervade tutti e, sotto traccia, una forte critica all’autorità del regime fascista.

La scoperta
Solo parecchi anni dopo, però, nel 1948, quando usciranno le prime poesie, in molti circoli culturali si comincerà a sentire il nome di Antonia.
Ma di lei non si parlerà più per cinquant’anni, fino alla pubblicazione della raccolta “La vita sognata” per Scheiwiller. Da quel 1986 in poi, articoli, saggi, tesi di laurea ne hanno ripercorso l’opera. Alessandra Cenni le ha dedicato “In riva alla vita. Storia di Antonia Pozzi poetessa”, mentre Garzanti ha pubblicato l’opera omnia “Antonia Pozzi- Tutte le opere”.
Difficile classificare le poesie della Pozzi, di certo è che scavano nelle profondità dell’animo femminile, facendone emergere i tratti più contraddittori, senza mai cedere in ingenuità post romantiche e, anzi, innestandosi con energia e impeto sul pensiero del Novecento, un pensiero fondato sulla forza della ragione e sul potere della parola.
Eugenio Montale, interrogato su quale fosse una penna femminile italiana che potesse essere definita poetessa, rispose: «Nessuna, a parte la Pozzi».

L’amore per la montagna
Ma c’è un altro aspetto fondamentale nella vita di Antonia Pozzi, ed è l’amore per la montagna. Quando vuole isolarsi dal mondo, quando vuole scrivere, Antonia va a Pasturo, «un fazzolettino d’Italia» lo definisce, un borgo arrampicato alle pendici della Grigna, nell’alta Valsassina, dove trova rifugio. Antonia ne conosce ogni sentiero, ogni roccia. La Grigna settentrionale, il “Tuchett”, “Castelletto” sono le mete dove sale fino a trovare una nicchia in cui fermarsi a leggere affacciata sull’intero Lago di Como, nell’abbraccio delle Prealpi lecchesi. Spesso legge fino a sera per poi ridiscendere al buio.
A mettere un tassello prezioso nel mosaico delle opere dedicate ad Antonia Pozzi c’è ora anche lo scrittore Paolo Cognetti. E non poteva che essere un esploratore della montagna come lui a cogliere questo aspetto fondamentale della vita della Pozzi, un aspetto che si lega a doppio filo alla produzione poetica dell’Antonia, che dedica alla montagna poesie straordinarie. L’Antonia (Ponte alle Grazie, 16 euro) è proprio il titolo del libro in cui Paolo Cognetti – vincitore dello Strega con Le otto montagne – ci mostra la ricchezza della vita e dell’opera della Pozzi attraverso le poesie, le lettere e le fotografie, sì perché Antonia era anche una valente fotografa.
Milano, la montagna e la scrittura sono le cose che Cognetti sente di avere in comune con Antonia. “La ragazza ha attraversato una manciata di anni del Novecento – si legge nel risvolto di copertina – la sua famiglia borghese l’ha imprigionata nel conformismo ma le ha dato la possibilità di fare esperienze precluse ad altre donne, come studiare all’università, viaggiare in tutta Europa, andare in montagna e scalare. Ha esplorato il mondo con desiderio ardente, ha esplorato sé stessa attraverso la fotografia e la poesia. Ha amato con sovrabbondanza e inesperienza, come i suoi pochi anni le hanno consigliato. La montagna è sempre stata la sua maestra e il suo rifugio. Si chiama Antonia Pozzi ed è morta suicida nel 1938, ma qui rivive per noi attraverso foto, diari, lettere e poesie”.
Un’esistenza breve ma densa e straordinariamente letteraria, che ora palpita ancora di più grazie al racconto di Cognetti.

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