I personaggi del Corriere

Antonio Sant’Elia, visionario del futuro

Personaggi –  Le cartoline scritte dal fronte ai familiari contengono struggenti messaggi d’affetto. Dopo cinquant’anni la città dedicherà una mostra al suo genio
La pronipote dell’architetto futurista: «Il suo senso civico era segno del grande amore che nutriva per Como»
Como sta per celebrare il genio di Antonio Sant’Elia, l’architetto che teorizzò la “Città nuova” prima di morire prematuramente in guerra sul Carso il 16 ottobre 1916. Il talento lariano aveva allora soltanto 28 anni e si era già fatto apprezzare negli ambienti artistici e culturali, tanto da essere definito il più interessante tra i giovani, capace com’era di vedere l’architettura “un po’ al di là delle forme consuete”.
La sua città, dopo una retrospettiva a lui dedicata nel
1962, se n’è totalmente dimenticata per mezzo secolo. E questo mentre altrove, in Italia e in Europa, si tenevano fior di mostre antologiche.
Ora anche Como si appresta a rievocare Sant’Elia e i suoi disegni che prefiguravano stazioni ferroviarie, centrali elettriche, ponti? Dell’architetto, a cui si deve tra l’altro il progetto del Monumento ai Caduti poi rielaborato da Enrico Prampolini e realizzato da Giuseppe Terragni, parliamo con la pronipote, Anna Sant’Elia, che vive in città. Il colloquio è accordato con squisita cortesia, vincendo una naturale discrezione e ritrosia ad apparire. Il nonno paterno della signora Sant’Elia era fratello dell’architetto e i ricordi familiari, oltre che la documentazione conservata, permettono certamente di tracciare anche un sorprendente profilo umano di quella straordinaria figura.
Signora Sant’Elia, cosa rimane nella sua famiglia dello zio architetto?
«Dal punto di vista della produzione artistica, ci resta una collezione di disegni. Lo zio disegnava dappertutto, abbozzava schizzi sulle tovaglie? Abbiamo le cartoline che spediva dal fronte, gli attestati di stima e le espressioni di cordoglio pervenute alla famiglia dopo la sua morte».
E sotto il profilo immateriale o del carattere?
«Ah, non è certo passato a noi il suo talento specifico per il disegno? Non saprei. Mi limito a dire che in famiglia ci è rimasta l’idea di un ragazzo pieno di vita. Lo si deve immaginare collocato nel suo tempo. Non so cosa potrebbe essere ai nostri giorni?».
La famiglia d’origine di Antonio Sant’Elia, nato in via Giovio, era formata dal padre, Luigi, parrucchiere e profumiere in via Cesare Cantù (una targa ricorda dov’era l’abitazione), dalla madre, Cristina Panzilla, originaria di Capua, da una sorella, Giuseppina, e dal fratello Guido.
Com’era questa famiglia?
«Lo sosteneva nelle sue scelte. I genitori erano persone estremamente aperte e disponibili. La famiglia era molto affettuosa e unita, ricambiata da questo figlio con la personalità così spiccata, ricco di diversi talenti e tanto coccolato. Lo confermano le cartoline da lui spedite dal fronte, dalle quali traspare il forte legame con la mamma e con i fratelli. E il suo grande affetto: mandava sempre baci».
Le cartoline sono un prezioso giacimento, dicono molto sulla sensibilità del giovane Antonio. Eccone alcuni stralci: “Pina carissima – scrive alla sorella – sono sulla linea di fuoco. Non dirlo alla mamma. Il mio attendente è morto. Sono addoloratissimo. Fai dire una messa per lui. È morto per me. Poteva starsene ancora a casa”. In un’altra cartolina, Sant’Elia scriveva: “Abbiamo quasi combattuto. Ho visto gli austriaci”. In un’altra ancora emerge il carattere irruento giovanile: “Ancora non ho nulla di vostro. Ricevete le mie cartoline? Se non mi rispondete, non vi scrivo più”.
Antonio Sant’Elia era nato nell’800, ma proiettato in un Novecento ancora molto di là da venire. Cos’ha sentito dire in famiglia della sua modernità?
«È qualcosa che non risulta chiaro nemmeno agli studiosi. Il suo atteggiamento visionario appare abbastanza incomprensibile. La sua era una visione del futuro che preannunciava un modo di vivere. Pensiamo all’idea della stazione di Milano dove convergono tutti i mezzi di trasporto?».
Suo zio aveva anche un carattere esuberante. Amava lo sport, il ballo, le ragazze?
«Sì, praticava canottaggio e atletica. Gli piacevano le ragazze. Era noto come tombeur de femmes. Era bello, alto, con capelli rossi ricci. Aveva grande passione per l’eleganza. Si vestiva in una sartoria di Milano, che era orgogliosa di averlo come cliente. Vivere via da casa, a Milano, nell’ambiente degli intellettuali, doveva essere per lui molto stimolante. Nutrì però sempre un grande amore per Como».
Un’altra sua grande passione era la politica. Era socialista e futurista. Come si spiegano ideali così apparentemente in contrasto? Che idea se n’è fatta?
«Mi piace pensare che il suo fosse autentico senso civico più che passione ideologica. Che amasse partecipare, motivo per cui si candidò e venne eletto al consiglio comunale di Como».
Cosa pensa della mostra che il Comune di Como sta per dedicare a Sant’Elia?
«Se è decisa e se sarà condotta dall’assessore Luigi Cavadini, sono assolutamente sicura che sarà una bella cosa».
È un giallo la sua partecipazione alla guerra. In una lettera alla mamma negò di essere partito volontario.
«Pare non sia vero che fosse partito volontario. Credo che sostenere il contrario sia frutto di un fraintendimento. Forse se ne voleva fare un eroe a tutti i costi».
Da eroe morì. Secondo quanto si tramanda, andò all’assalto al grido: “Ragazzi, stanotte si dorme a Trieste o in Paradiso tra gli eroi”. Cadde colpito da una palla di cannone. Fu il primo a riposare nel cimitero degli eroi di Monfalcone che egli stesso aveva progettato. Nel 1921 la sua salma fu traslata al Monumentale di Como.

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine di Antonio Sant’Elia: l’architetto comasco a cui si deve, tra l’altro, il disegno originario del Monumento ai Caduti, poi rielaborato da Enrico Prampolini e realizzato da Giuseppe Terragni, morì in guerra sul Carso all’età di 28 anni, il 16 ottobre 1916
11 dicembre 2012

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