Aperture domenicali: più diritti, meno divieti

opinioni e commenti di giorgio civati

di Giorgio Civati

Tra pensioni e reddito di cittadinanza, che giustamente catalizzano l’attenzione dell’opinione pubblica, un’altra novità introdotta dal governo Lega – Cinquestelle rischia di non ottenere la giusta attenzione, pur essendo novità di grande impatto. È la diversa regolamentazione delle aperture domenicali degli esercizi commerciali, ridotta rispetto al passato. Dimezzata:  una domenica su due, per semplificare, la proposta di legge.

Chi ha assistito alla liberalizzazione, una manciata di anni fa, ricorderà le polemiche, le paure, gli scontri tra favorevoli e contrari ma non può negare – quale che sia la singola opinione – che ormai le saracinesche alzate anche nei giorni festivi sono entrate a far parte delle abitudini di tutti, così come gli orari “lunghi” dei centri commerciali e della grande distribuzione. Senza arrivare agli estremi di qualche insegna aperta 24 ore al giorno, sette giorni su sette, la spesa alle 8 di sera appare normale, logica. E soprattutto comoda in molte occasioni.

Questo non giustifica il “no” alla retromarcia, ma dovrebbe far riflettere. Considerando che alle comodità ci si abitua in fretta  e che, al contrario, dovervi rinunciare è un peso, le aperture festive ridotte appaiono un po’ una penalizzazione dell’utenza, cioè di tutti noi. Se a ciò aggiungiamo che già la grande distribuzione ha valutato necessario un calo degli addetti, ecco una manovra difficilmente comprensibile.

Un passo indietro, non si sa bene per favorire chi. I piccoli esercizi? I negozi a conduzione familiare? A prima vista potrebbe sembrare così, ma non ci sembra del tutto vero. Sì, perché il piccolo negozio con la nuova norma sarà aperto una domenica sì e l’altra no; le catene e i supermercati, invece, grazie alla loro presenza diffusa, chiuderanno da una parte ma apriranno dall’altra, offrendo comunque una possibilità di shopping anche festivo.

Dal punto di vista dei lavoratori del commercio, invece, la domenica dietro il bancone è certamente un peso.  E allora di questo si doveva e poteva discutere: di maggiorazioni sulla paga, di turnazioni, di trattative serie e non preconcette tra proprietà e dipendenti, magari anche di diritti acquisiti sulle domeniche di riposo per i dipendenti di vecchia data. Di diritti, non di divieti.

Del resto di occupazioni che necessitano di lavorare mentre tutti gli altri sono in festa ce ne sono molte. Possiamo considerare la spesa o lo shopping un di più? Un lusso cui rinunciare? Anche in questi tempi di economia fiacca, anche a fronte di possibili licenziamenti e riduzioni di personale? Ci pare di no, decisamente no. Modi per tutelare i lavoratori della domenica ce ne sono, ce ne sarebbero.  Quella era una riflessione seria, non declamare ipotetiche lodi alla festa passata in famiglia. Anche perché, magari senza uno stipendio, che festa sarebbe?

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