Applausi e urla al processo: il giudice sgombera l’aula. Udienza calda per le violenze di piazza Garibaldi a Cantù

Un'aula del tribunale di Como

«Bisogna portare un po’ di rispetto anche ai testimoni…». L’intervento dell’avvocato Ivana Anomali, dopo uno scambio di battute “acceso” avvenuto tra il pm e il responsabile della sicurezza della discoteca “Spazio” di Cantù, è la miccia che accende le polveri.
Dal pubblico di alzano grida e applausi davvero inopportuni, degni al massimo della curva Nord di qualche stadio ma non di un palazzo di giustizia dove è in corso un processo tanto delicato. La reazione del presidente del Collegio giudicante, Valeria Costi, è immediata: «Sgomberate l’aula e identificate tutti i presenti».
Cosa che i carabinieri, nel frattempo intervenuti, hanno eseguito.
Ennesima udienza calda – ieri mattina – nel processo sui fatti di violenza che ruotavano attorno a piazza Garibaldi a Cantù.
Episodi che – secondo quanto viene sostenuto in aula dal pm della Dda, Sara Ombra – sarebbero da imputare a un gruppo chiamato dai testimoni «dei calabresi» che ruotavano e si muovevano attorno al centro nevralgico della “città del mobile”. Vessazioni che poterono contare, come scrivevano gli stessi magistrati meneghini nei giorni delle ordinanze di custodia cautelare, su «una condizione di assoggettamento e omertà che ne derivava dal territorio di riferimento (il Canturino e il Marianese)» e che avevano come scopo «l’acquisizione e il controllo di attività economiche attraverso la commissione dei delitti contro il patrimonio e contro l’incolumità individuale» delle persone. Ieri – come detto – si è discusso della discoteca affacciata sulla piazza.
In aula sono sfilati i racconti degli avventori ma anche di chi in quel locale lavorava, come un barista che oggi è calciatore professionista in serie C e che ha riferito di sapere che «le famiglie Muscatello e Morabito erano vicine alla ’ndrangheta», ma di averlo appreso solo dopo, leggendo i giornali, non nei giorni in cui lavorava in discoteca. In aula si è parlato principalmente di due aggressioni, quella a tre amici accusati da una parte degli imputati di aver rubato un orologio di pregio (cosa non vera) e picchiati in modo selvaggio da più persone. «Non so perché se la presero con noi – ha detto un 22enne di Seveso, ancora oggi provato dall’accaduto che risale all’aprile 2017 – Da quel giorno in quella discoteca non ho messo più piede, non voglio rivivere le stesse situazioni».
Drammatico anche il racconto di un ulteriore testimone, un 28enne di Mariano Comense, che tra l’altro era amico del barista. «La sera del 10 gennaio 2016 uscii dalla discoteca alle 4. Vidi un ragazzo inseguito e picchiato da più persone in piazza Garibaldi, dove c’è la fontana. Lo prendevano a calci e pugni. Gli altri ragazzi guardavano. Andai a soccorrerlo, ad aiutarlo ad alzarsi da terra. Lo portai via. Poi però fui colpito anche io alle spalle. Erano in tanti. Mi ruppero il naso e un dente, mi spaccarono un vaso in testa, picchiarono anche mia sorella e il suo ragazzo. Finii all’ospedale con 15 giorni di prognosi».
Conosceva gli aggressori? «No, non li avevo mai visti. Due mesi dopo però il primo che mi aveva tirato il pugno (che ha poi riconosciuto essere Rocco Depretis, ndr) l’ho incontrato fuori da un altro locale, mi ha anche riconosciuto ma ha fatto finta di niente e si è allontanato».

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