Archi, fionde, tirasassi e poi una bisca a cielo aperto

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Primi anni Cinquanta. Sessant’anni fa, eppure sembra ieri. Nessun rimpianto, commozione sì, tanta. Di allora, nitide le immagini, immutati sensazioni e sentimenti. Le giornate, da adolescenti, sono piene, intense, interminabili, ma troppo brevi.
Si gioca alla guerra, si scontrano le bande, ognuna con un capo. Il mio capobanda è il Peppo. Un duro, tosto anche a scuola, ha ripetuto la terza e adesso fa la quinta per la seconda volta.
Le nostre armi sono archi

costruiti con rami di nocciolo, un legno particolarmente resistente ed elastico, che troviamo sulla Maiocca. Le frecce sono invece rami più sottili, sempre di nocciolo, oppure stecche di ombrello. Ognuno ha un tirasassi, una fionda. In questo caso il legno deve essere durissimo, il noce o il rubino sono ideali, l’elastico si deve poter estendere, senza tuttavia perdere forza e potenza. In tasca tutti i ragazzi hanno un “coltellino” assolutamente necessario per costruirsi arco, fionda, ed eventualmente spade di legno…
Ogni quartiere ha la sua banda con le sue regole, la sua lingua, il suo capo. Noi della piazza davanti alla dogana parliamo in italiano. Quelli di Sagnino si esprimono solo in dialetto. Sono temutissimi, quando scendono dalla collina a frotte incutono paura. Anche quelli di Chiasso hanno la loro banda, ma non partecipano mai alle guerre, preferiscono stare in pace, anche perché non potrebbero attraversare la dogana “armati” di archi e fionde… Il loro idioma è il ticinese, un dialetto meneghino bistrattato, raffreddato, indurito, ostile.
Teatri di guerra sono le colline della Maiocca e di Quarcino, i boschi dalle parti del lavatoio, i dintorni dei magazzini Albarelli dove si fabbrica il ghiaccio, la “cavetta”, una discarica a cielo aperto appena dietro il cimitero di Monte Olimpino. Quando scoppia la pace, deposti tirasassi, archi e frecce, Ponte Chiasso diventa una bisca a cielo aperto in cui ci si scambiano, si perdono e si vincono figurine, biglie, francobolli, giornalini.
In via Vela c’è un bar, il “Fagiano Azzurro”, con un biliardino e un “calcio balilla”. Non è simpatico il padrone, perché ci controlla, non si fida di noi. Le nostre partite a calcio balilla sono lunghissime, e questo lo insospettisce. In realtà ha ben ragione perché un fazzoletto appositamente piazzato dentro le porte impedisce alle palline di scendere e prolunga all’infinito il tempo delle partite.
Di fronte al “Fagiano Azzurro” un negozio di tessuti, più avanti la Posta e una rivendita di vini. Un ampio porticato, dove si può giocare quando piove, poi la via si riduce a un viottolo alla cui sinistra scorre la rete di confine con la Svizzera.
Tra via Vela e la rete un campo pieno di sassi, il luogo preferito di strenue battaglie agli indiani con archi e frecce, e poco oltre un prato spelacchiato che si trasforma in un campo di calcio fino a quando non arriva qualche finanziere a cacciarci via perché “vicini alla rete non si può stare”.
Un giorno, allontanati in malo modo nel bel mezzo di una combattutissima partita, ci siamo nascosti tra i sassi e abbiamo assistito a un vero e proprio bombardamento di pacchetti di “bionde” (sigarette) da una parte all’altra della rete, dalla Svizzera verso l’Italia. Evidentemente la nostra presenza avrebbe disturbato il contrabbando volante.
In fondo a via Vela il lavatoio con un’acqua freschissima, appena prima del ruscello che corre verso la Svizzera. Un ponticello traballante di legno, oltre il quale lungo una strada sterrata si arriva in via Brogeda.
Accanto al lavatoio, davanti al ponticello, uno spiazzo con un grande mucchio di terra finissima. È come essere al mare, in spiaggia. Siamo bravissimi a costruire percorsi di sabbia con tanto di salite, discese, ponti, che di volta in volta prendono nomi importanti: Giro d’Italia, Tour de France, Milano-Sanremo, Campionato del Mondo, Giro di Lombardia, Parigi-Roubaix…
Le biglie di vetro hanno il nome dei più grandi campioni e di onesti gregari, il colore è quello delle loro marche. Il campionissimo Fausto Coppi veste bianco-celeste come il suo fido Ettore Milano, Ginettaccio Bartali ha la maglia gialla mentre il fedele Giovanni Corrieri è nel classico verde oliva della Legnano, il belga Rik Van Steenbergen, re delle volate, ne ha una iridata da campione del mondo, poi Stan Ockers, indomito, l’elegante Jean Bobet, il piccolo Jean Robic, testa di vetro, il bravo Pasquale Fornara con la sua Atala, Fiorenzo Magni, pronto ad approfittare della rivalità tra i due super-campioni, il simpatico e prominente nasone di Ferdi Kubler, campione svizzero, il bell’Hugo Koblet, che prima del traguardo si solleva dalla sella, estrae un pettinino dalla tasca e si sistema i capelli con cura…
Si gioca ore ed ore divertendosi, litigando, ridendo, prendendosi in giro. Finisce la giornata che è quasi buio con una rinfrescata al lavatoio e le donne che ci urlano di stare attenti a non sporcare i loro panni stesi ad asciugare e ci invitano ad andare a casa che è tardi.

Nella foto:
A sinistra, la copertina di un’edizione del libro “I ragazzi della via Paal” e, sopra, una scena di un vecchio film ispirato alla vicenda. La “guerra” tra bande è divertimento da sempre per i bambini

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