Aree dismesse e nodi irrisolti. Quella ferita aperta che corre da Camerlata a San Giovanni
Cronaca

Aree dismesse e nodi irrisolti. Quella ferita aperta che corre da Camerlata a San Giovanni

C’è una ferita aperta che sanguina lungo la Convalle. Una lacerazione che nel capoluogo segna il passaggio dall’epoca dell’industria a quella del terziario, settore più leggero non soltanto in termini di emissioni inquinanti ma, purtroppo, anche di posti di lavoro e di redditi prodotti. Un passaggio dal vecchio al nuovo che in altre città, sorte con la logica degli anelli concentrici, ha alleggerito e liberato aree ai margini dei centri abitati – pensiamo alla periferia milanese – ma che a Como, dove montagne e lago hanno impedito uno sviluppo circolare, ha generato dorsali prima ingombre di fabbriche e ora soltanto in parte riconvertite.

A Como la ferita aperta corrisponde proprio a uno di questi assi, quello un tempo occupato in buona parte dall’impero Ticosa, la grande tintostamperia chiusa definitivamente nel 1980. Un’area che corre da via Grandi a viale Innocenzo XI. E se aggiungiamo la Napoleona, risalendo fino a Camerlata, la lacerazione si estende. Una ferita costellata di aree abbandonate, spesso prive di una prospettiva credibile di rinascita, ma anche di questioni irrisolte e di edifici privati che da decenni giacciono senza vita.

Piazza Fisac a Camerlata

L’unico, recentissimo, segnale positivo arriva dal punto iniziale di questa lacerazione, quella piazza Camerlata rinata dalle ceneri della ex Trevitex, che fu Fisac, oggi divenuta una nuova area commerciale, luminosa e frequentata. Partendo proprio da Camerlata e scendendo lungo la Napoleona, si incontra la prima grande area risolta soltanto in parte, quella dell’ex ospedale Sant’Anna, oggi per metà trasformata in cittadella sanitaria, seppure ancora incompleta, e per metà destinata alla vendita ai privati, senza però, almeno finora, aver visto nemmeno un acquirente all’orizzonte.

Proseguendo il cammino, si arriva allo snodo di piazza San Rocco, tuttora in cerca di un’identità viabilistica, che fa da perno tra via Milano e via Grandi. Tanto è vero che sabato  l’Acus, l’Associazione civica utenti della strada, era presente con un banchetto e un presidio per rilanciare la proposta di creare una rotatoria, anche in via sperimentale, per migliorare la fluidità del traffico, consentendo ai veicoli di tornare indietro sulla Napoleona senza compiere manovre azzardate.

La Santarella nell’aerea ex Ticosa

Svoltando in via Grandi si imbocca l’asse di viale Roosevelt e viale Innocenzo XI, che per un secolo ha sostenuto la vocazione industriale, tessile in particolare, del capoluogo. E lì le aree dismesse e irrisolte sono numerose, dalla ex Ticosa, dove sarebbe dovuto nascere un nuovo quartiere, alla ex Danzas, dove era previsto un albergo, poi diventato uno spazio commerciale, quindi un autosilo, rimasto però, almeno finora, sulla carta. Tra l’una e l’altra, bisogna segnalare l’area ex Rizzo, oggi occupata dal centro di accoglienza per i profughi, che dovrebbe essere temporaneo ma che probabilmente resterà attivo a lungo, dando così una funzione a una superficie prima inutilizzata.

E poi l’ex albergo “Le petit Chateau”, da anni abbandonato. Senza dimenticare il complesso della stazione ferroviaria di San Giovanni, il cui scalo merci, divenuto inutile al tramontare delle industrie circostanti, rappresenta una vasta superficie in attesa di un destino. Mentre la stazione e i giardini antistanti l’estate scorsa erano diventati il porto di approdo dei migranti diretti in Svizzera ma respinti al confine. Uno scenario che quest’anno rischia di ripetersi.

10 Aprile 2017

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