Arianna Minoretti e la lezione norvegese in tema di ponti, tunnel, viadotti e… donne

L'ingegnere comasco Arianna Minoretti

A colloquio con l’ingegnere comasco che lavora al progetto Archimede

Arianna Minoretti interviene questa mattina all’auditorium del Don Guanella di Como nel convegno “Ingegneria per il futuro dei trasporti”, che segue l’assemblea ordinaria dell’Ordine di categoria.
L’ingegnere comasca Minoretti, 40enne, lavora da alcuni anni in Norvegia, è alle dipendenze dello Stato, in quella che potremmo definire, con una semplificazione estrema, l’Anas norvegese.

Riveste un ruolo importante nel maggiore progetto viabilistico mai realizzato non solo in Europa, il ponte di Archimede. Ovvero una serie di attraversamenti della costa Ovest del Paese, attraverso diverse strutture.
«Alcune non sono mai state realizzate al mondo – spiega – si tratta di ponti sospesi e piattaforme tirantate al fondale».

Parliamo così dei ponti più lunghi del pianeta, ma anche di un tunnel tradizionale nella roccia lungo 27 chilometri, altro record mondiale.
«Sarà l’autostrada dei record, è vero – spiega – si tratta di un progetto molto ambizioso, che parte dalla ricerca scientifica. Per alcune tipologie strutturali si devono scrivere ex novo le normative».

Il ponte di Archimede venne proposto all’inizio del millennio, nel 2001, anche per il Lago di Como, per collegare Menaggio e Bellano, il presidente della Provincia di Como era Armando Selva. Vennero chiesti anche fondi europei, poi dell’iter si sono perse le tracce.

«Purtroppo quando si parla di Italia e di Como, realtà che io ho vissuto – spiega Arianna Minoretti – si parla di difficoltà nell’avere autorizzazioni, anche le più semplici. Ci si muove sempre in spazi di ambito storico e paesaggistico importanti, l’iter procedurale tra Sovrintendenza e richieste di permessi diventa frustrante. Così tutto si ferma prima di partire».
A cosa si deve questo immobilismo, soltanto alla burocrazia secondo lei?

«Si tratta anche di un problema culturale, perché in Italia e a Como, “prima ci sono i problemi delle buche e delle strade ordinarie”, si dice di solito – aggiunge – Io capisco queste osservazioni, ma credo che sia importante tenere anche la mente aperta. Serve una visione sul futuro, sul cambiamento. Non si può sempre lavorare confidando che non cambi mai nulla. Anche l’orto più bello se è in mezzo al deserto non serve. Si deve investire ora per l’Italia e la Como di domani».

Mai come in questo momento l’Italia di oggi è anche condizionata da alcune tragedie che hanno riguardato i ponti, dal crollo del Morandi a Genova, a quello di Annone Brianza. Anche a Como, dove oggi si festeggia per la variante della Tremezzina, ci sono i casi del viadotto dei Lavatoi, della Novedratese.

«Il crollo del ponte Morandi è stata una tragedia umana che ha coinvolto tante persone – spiega l’ingegnere Minoretti – Sono disgrazie che ti fanno sentire la tua Italia molto vicina anche all’estero. Poi si apre il discorso delle manutenzioni e del monitoraggio. Il ponte Morandi e altre grandi opere sono figlie di un’Italia che sicuramente credeva nel futuro, investiva. Considerava però i materiali di allora perfetti, eterni. Il monitoraggio delle opere è indispensabile. In Norvegia esiste da tempo. Io faccio parte di un gruppo che controlla la manutenzione di tutte le opere del Nord Europa. Si fanno manutenzioni ed ispezioni. Non si può pensare, dopo 40-50 anni, che il tempo non segni queste strutture. Per Annone Brianza si può fare lo stesso discorso».

È quindi il “modello Italia” sulle infrastrutture ad avere fallito?
«No, perché? Basta solo rimanere aperti, anche da oggi. Come nella vita – aggiunge – Tanto dipende dalle occasioni. Io ho scelto l’estero, ma non mi sento un cervello in fuga. Certo, mi fanno un po’ ridere colleghi che mi dicono che sono rimasti per scelta loro, poi non sanno neppure l’inglese. Questo vuol dire non essere in grado di viaggiare neanche per le vacanze. Il confronto con il resto del mondo è utile. Gli orizzonti si devono ampliare. Poi, qui in Norvegia, è più trasparente il discorso della meritocrazia ad esempio, ma non è detto che un giorno mia figlia rimarrà qui. Di certo, in Italia, dovrebbe cambiare qualcosa per le donne».

In che senso?
«Oggi una madre spesso deve lasciare il lavoro per anni, per crescere i figli, non esiste un sistema sociale. Chi è fortunato si appoggia ai nonni. Io e mio marito abbiamo avuto una figlia in Norvegia, abbiamo avuto un anno di maternità diviso tra mamma e papà, io, in più, avevo alcune ore per l’allattamento. A un anno, i bambini vanno all’asilo, che costa 300 euro al mese. I dormitori delle Università sono pieni di appartamenti famigliari. Perché avere un figlio anche per uno studente è molto comune. Così una nazione investe sui giovani» .

Certo che in Norvegia tutto credo sia più semplice, con solo 5 milioni di abitanti, c’è benessere per tutti.
«Anche questo è vero, ma qui c’è anche tanta attenzione nelle spese – spiega l’ingegnere – le missioni di lavoro e i viaggi si fanno sempre in economy, si dorme in alberghi di fascia decente, non di lusso. Essere in grado di spendere poco è un vanto per un dipendente pubblico. Qui».

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