Armi, denaro sporco, droga. La Svizzera “lava” più bianco

A Zurigo e Frauenfeld sono attivi due “locali”
Luglio 1985. A Palermo si soffoca. Il caldo brucia l’asfalto, mentre il fuoco dei piromani avvampa la collina alle spalle della Conca d’Oro. Le mani degli incendiari sono mosse dalle cosche. Segnali inequivocabili di una guerra con lo Stato e le istituzioni.
A Punta Raisi, su un aereo di linea, siedono uno di fianco all’altro Giovanni Falcone e il commissario Ninni Cassarà, il capo della Mobile del capoluogo siciliano. Sono diretti a Lugano, dove incontreranno il procuratore pubblico Paolo Bernasconi e il giudice Giordano Zeli. È l’ultimo viaggio di Cassarà. Il poliziotto amico di Falcone sarà ucciso pochi giorni dopo, il 6 agosto, in un agguato mafioso sul portone di casa, in via Croce Rossa.
Lugano e la Svizzera
sono da decenni nel mirino della magistratura palermitana. Da molto tempo prima che si parlasse della colonizzazione del Nord da parte della criminalità organizzata. I forzieri della Confederazione sono sempre stati rifugio privilegiato dei capitali sporchi. Nelle casseforti delle banche elvetiche si stima che sia custodita un terzo di tutta la ricchezza delle famiglie più ricche del pianeta: 11mila miliardi di dollari, quasi 4 volte il Pil della Germania.
Ma le mafie, e la ’ndrangheta in particolare, intrattenevano rapporti con la Svizzera anche per un altro motivo: il rifornimento di armi.
Il pentito Giuseppe Di Bella, nella testimonianza raccolta da Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli (e pubblicata sulle pagine di Metastasi) ricostruisce trent’anni di lavoro sporco al servizio del boss Franco Coco Trovato. E si dilunga sulle trasferte a Zurigo, dove grazie a un armiere compiacente riusciva a comprare i «pezzi» dell’arsenale della ’ndrina lecchese. Un mercato, quelle clandestino delle armi, che non si è mai fermato. Poche settimane fa la Dda di Milano ha scoperto come la guerra interna alle cosche di ‘ndrangheta, e in particolare quella tra il clan Ferrazzo di Mesoraca e un gruppo di spietati scissionisti, fosse alimentato da pistole, fucili e mitra che arrivavano dal Canton Ticino. Il traffico internazionale di armi ruotava attorno a un 68enne di Lodrino, residente a Bellinzona. L’uomo faceva affari con Francesco Scicchitano, arrestato ed estradato in Italia e conosciuto in un ristorante di Bodio. Scicchitano, coinvolto nell’inchiesta Quatur del ministero pubblico della Confederazione, è stato accusato di riciclaggio e di partecipazione e sostegno a un’organizzazione criminale (in Svizzera non è previsto il reato di associazione mafiosa).
Nel racconto del 68enne alla magistratura elvetica, si delinea uno scenario inquietante: «Scicchitano a Lodrino aveva una specie di garage dove portava avanti un’attività di compravendita di auto, e soltanto in seguito, attorno al 2002-2003, sono venuto pure a conoscenza che lui si occupava di armi. Le acquistava in parte nel Canton Uri, da un certo Jean, un collezionista che aveva conosciuto a Locarno e con il quale s’incontrava nell’area di servizio Rastaetten di Aldorf. Oppure a Laufen, dove aveva comprato un fucile a pompa, venduto a un siciliano per mille euro».
La ragnatela delle mafie avvolge ormai anche la Svizzera e lo stesso governo federale di Berna, nella primavera scorsa, aveva fatto scattare l’allarme, chiedendo alla polizia e alla magistratura un impegno diretto e più forte contro le organizzazioni criminali europee e contro la criminalità economica legata alla corruzione internazionale. A febbraio, l’ex comandante della polizia federale svizzera, Michael Perler, in un’intervista a un settimanale aveva parlato di «Svizzera in ostaggio delle cosche».
Il salto di qualità, in territorio elvetico, è stato poi “certificato” dall’inchiesta “Crimine”. I magistrati italiani hanno infatti portato alla luce i primi due locali ’ndranghetisti in terra Svizzera: a Zurigo e a Frauenfeld, la capitale del Canton Argovia. Le cellule elvetiche sarebbero nate per contrasto a quelle tedesche di Singen. Grazie a una quantità impressionante di intercettazioni, è emerso come a metà del 2009 sia stato addirittura il capo della ’ndrangheta, Domenico Oppedisano, a sciogliere lo scontro in atto e a dare il via libera per la formazione di locali nella Confederazione. Al centro della vicenda un mafioso rimasto anonimo perché definito sempre come «lo svizzero».
Il 18 agosto di tre anni fa, a San Pietro di Caridà, in Calabria, Oppedisano riceve nella sua tenuta due calabresi residenti in Svizzera. Secondo la magistratura, nell’agrumeto del mammasantissima si «celebra un rito esoterico ’ndranghetistico, un rituale relativo al conferimento di una dote a soggetti che risiedono in Svizzera». Il vecchio boss impone la Santa ai nuovi affiliati.
Zurigo, prima piazza finanziaria della Confederazione, non è nuova alla presenza di cosche ’ndranghetistiche.
Nel novembre 2007, nell’ambito dell’indagine “Dirty Money” (denaro sporco), la Dda di Milano aveva accertato che proprio a Zurigo erano state allestite per conto del clan Terrazzo di Mesoraca due società finanziarie con il preciso scopo di raccogliere i capitali di investitori svizzeri e internazionali e operare transazioni in divise estere. In realtà, secondo i magistrati le due finanziarie altro non erano che luoghi ove depositare e far transitare somme provenienti dalle attività illecite della cosca. A partire dai primi anni duemila, era iniziata la programmata spoliazione delle due società, con il dirottamento dei capitali, sia quelli di provenienza illecita, sia quelli affidati dagli investitori, a conti off-shore e società tutte legate direttamente o indirettamente alla ’ndrangheta.
Intervistato dal Corriere del Ticino, il procuratore federale Pierluigi Pasi, titolare degli uffici giudiziari luganesi che si occupano di mafia, è stato chiaro: «La piazza finanziaria svizzera e quella ticinese sono e resteranno attrattive anche per i capitali di origine criminale: è inevitabile, fisiologico. Lanciare un messaggio contrario, sostenendo che il fenomeno è in decrescita o che i casi di riciclaggio sono in diminuzione, credo sia sbagliato e nocivo per la nostra stessa piazza finanziaria che non può permettersi atteggiamenti ambigui. L’ultimo rapporto dell’Ufficio federale di comunicazione in materia di riciclaggio parla chiaro: le denunce per sospetto di riciclaggio sono anzi aumentate, principalmente nel ramo bancario, la quantità dei beni patrimoniali implicati è elevata e la tendenza è alla crescita».
Lo stesso Pasi, tre giorni fa, ha incontrato nuovamente a Lugano Piero Grasso, procuratore nazionale antimafia. L’argomento in discussione è rimasto però top secret.

Dario Campione

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