Cronaca

Armò la mano dei due killer. Ergastolo per Valerio Pirrotta

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Il delitto di Paderno d’Adda
La Corte d’Assise: carcere a vita per il 46enne di Lurago d’Erba

(m.pv.) «In nome del popolo italiano… la Corte d’Assise» dichiara l’imputato «colpevole dei reati ascritti» e lo condanna «alla pena dell’ergastolo con isolamento diurno di tre mesi». Valerio Pirrotta, 46enne di Lurago d’Erba, si accascia nella gabbia e scoppia a piangere. I parenti, in silenzio, lasciano l’aula così come i giudici e il pm Rosa Valota che quella condanna aveva chiesto pochi giorni fa al termine della sua requisitoria. «Non vince

nessuno quando c’è un ergastolo», dice il pm a chi si avvicina per complimentarsi. Si è chiusa così, ieri alle 13.09, dopo una camera di consiglio iniziata alle 9.30, la vicenda dell’omicidio di Antonio Caroppa, operaio 40enne di Paderno d’Adda freddato con un colpo di pistola esploso a bruciapelo all’altezza della gola mentre con un inganno era stato attirato nel garage di casa in via Roma. Un delitto che, secondo l’accusa, maturò in quanto la vittima era il compagno della ex donna di un ergastolano di Terni che avrebbe assoldato i killer per vendicarsi dello sgarro sentimentale.
Una storia, quella del mandante dell’omicidio e dunque del movente, che rimarrà solo sulla carta in quanto, come ammesso dallo stesso pm in aula nel corso delle conclusioni, «non sono emersi elementi fondati per poter chiedere il giudizio» di quest’ultimo personaggio. Non fu il Pirrotta, va ricordato, a premere il grilletto in quella sera del 10 maggio 2012. Secondo la tesi portata avanti dalla Procura in mesi di indagini, la responsabilità dell’uomo di Lurago d’Erba fu quella di aver preso contatti con il braccio destro dell’ergastolano e di aver assoldato i due cugini brianzoli (Fabio Citterio, 47 anni di Lurago d’Erba e vicino di casa di Pirrotta, e Tiziana Molteni, 55 anni) per portare a termine la spedizione punitiva contro l’incolpevole Caroppa.
Molteni e Citterio sono già stati condannati a 30 anni con il rito Abbreviato dal tribunale di Lecco.
«Non ha mai chiesto scusa in tutto questo tempo. Ha ucciso i sogni e le speranze di una bimba piccola, la figlia di Antonio Caroppa, rimasta senza il padre. Ha mostrato una lucida volontà criminale nell’organizzare e portare a termine il delitto. Io chiedo per lui l’ergastolo con isolamento diurno di sei mesi. Lo merita la violenza disumana che ha calpestato il valore sacro della vita». Furono queste le parole con cui il pm chiuse la requisitoria di fronte alla Corte d’Assise di Como. Perché, secondo l’accusa, non ci sono mai stati dubbi sulle responsabilità dell’imputato.
Fu Pirrotta ad armare la mano (con una pistola) dei cugini brianzoli, e fu sempre lui ad accompagnarli sul luogo del delitto dopo una serie di sopralluoghi compiuti insieme.
La tesi della difesa (avvocati Marco Rigamonti e Stefano Didonna) e invece stata all’opposto, ovvero che Pirrotta «commise solo l’errore di fidarsi di due scorpioni» che lo tirarono in ballo in una vicenda che non lo riguardava.
«L’unico elemento che ha la Procura è che Pirrotta era in macchina a Paderno d’Adda – disse l’avvocato Rigamonti nella sua arringa – ma non ci sono altri elementi che lo legano all’omicidio. Ma scusate – fu infine la provocazione – se il mio assistito avesse saputo che quella sera ci sarebbe stato un omicidio commesso da due persone che lui aveva assoldato, perché si recò sul posto? Perché non rimase a casa? Perché non si cercò un alibi? Perché tenne in tasca il suo cellulare e non l’altro che usava e che non era a lui riconducibile? O Pirrotta è un pazzo oppure di questa vicenda non sapeva nulla. E la confessione dei due cugini è solo il racconto di chi, trovato con la pistola fumante in mano, cercava per sè il meno peggio. Quindi, ecco la strategia di tirare dentro il Pirrotta per scappare dalle proprie colpe». Una tesi che non ha fatto breccia nelle convinzioni della Corte d’Assise (presidente Vittorio Anghileri, giudice a latere Valeria Costi) che, dopo poco più di tre ore e mezza di camera di consiglio, ha optato per la pena più pesante: il carcere a vita.

Nella foto:
La casa di Paderno d’Adda dove sono entrati in azione i cugini di Lurago d’Erba e in cui viveva la vittima
14 Novembre 2013

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