«Arrivò e mi disse: “L’ho ucciso”. Non volevo credergli»

La confessione del “nonno” di fronte al giudice
«Ammetto l’addebito. Lunedì 1 febbraio 2010, verso le 15, ho ricevuto una chiamata sul cellulare da mio genero che mi ha chiesto di passare a prendere a scuola i bambini, di portarli a casa e di passare in armeria che doveva parlarmi…». «Sarò arrivato all’armeria alle 16.40, ho cercato di bussare ai vetri ma la porta era chiusa e tutto era spento. Alberto mi aveva detto che doveva fare l’inventario ma nessuno mi ha aperto». «Dopo cinque minuti, Alberto, che non avevo visto da dove era venuto, ha bussato alla mia auto e mi ha detto di ripassare dopo un’ora». «Quando ho parlato con lui al telefono, la prima volta, mi sembrava normale». «Quando invece mi ha bussato all’auto non l’ho quasi nemmeno visto, ma la bambina mi ha chiesto come mai il papà era agitato e rosso in volto e mi ha chiesto anche perché era con un’altra auto e non con la sua. Mi sono girato e ho visto una Porsche Cayenne…». «Successivamente ho ricevuto una telefonata di Alberto: mi disse che sarebbe passato da me solo dopo essere andato al tiro a segno». «È arrivato verso le 22.30 e la prima cosa che mi ha detto è stata: “Nonno, l’ho ammazzato”. Io mi sono messo quasi a ridere e gli ho detto: “Che cavolo stai dicendo?”. Il suo tono mi sembrava normale. Io non capivo e non ci volevo credere. Ho più volte chiesto di dirmi cosa aveva fatto e lui mi ha risposto: “L’ho ammazzato, l’ho ammazzato”. Io gli ho chiesto: “Chi?” e lui mi ha risposto: “Quello che mi voleva portare via il negozio”…».
«Quindi si è messo a piangere e mi ha detto: “Mi devi aiutare a far sparire il cadavere”. Gli ho risposto che non sapevo neppure da che parte iniziare…». «L’unica idea che mi era venuta era di parlarne con un conoscente poliziotto ma non l’abbiamo fatto». «Mi sono preoccupato di quello che poteva succedere ai bambini e l’ho aiutato». «Quando siamo entrati nell’armeria mi ha indicato un involucro fatto con sacchi della spazzatura». «Aveva paura che venissero trovati i proiettili nella testa e ha deciso di tagliarla». «Inizialmente io mi tenevo distante…». «Abbiamo pensato un po’ a cosa si doveva fare. Alberto si è ricordato che dalle parti di Domodossola andava a sparare in una zona impervia e ha deciso di portarvi il cadavere. Io l’ho accompagnato…». «Tornati a casa in pizzeria mi ha chiesto una teglia con l’acqua e l’ha messa in forno con la testa». «Il cartello che abbiamo messo era vecchio, lo uso alla mattina quando faccio il pane e ho bisogno che il cameriere non mi tocchi il forno…». «Quindi Alberto è andato via e anche io sono andato a casa mia. Saranno state le 5.30 o le 6».

Nella foto:
Giuseppe Sassi e Susi Mariani sono i difensori di Emanuele La Rosa

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