Baby gang a Como. Il filosofo Galimberti: «Genitori e scuola sono assenti»

Umberto Galimberti

«La fretta che ogni giovane ha di realizzare i propri sogni rischia di degenerare in una forma di cinismo del tutto sconosciuta alla generazione dei suoi genitori. Ragazze e ragazzi si affidano all’indifferenza e al controllo dei sentimenti e delle emozioni, per evitare che le passioni diventino un ostacolo all’autoaffermazione. Questi giovani, allora, hanno bisogno di essere ascoltati e hanno bisogno di risposte».
Nelle pagine del suo ultimo libro dedicato ai giovani, il filosofo e psichiatra Umberto Galimberti, ordinario di Filosofia della Storia all’università Ca’ Foscari di Venezia, sembra in qualche modo prevedere quanto accaduto a Como negli ultimi giorni. Non per qualità particolari di veggenza, ma perché il fenomeno della violenza giovanile, il bullismo e il cyberbullismo sono ormai purtroppo una caratteristica del panorama adolescenziale del nostro Paese.
Professor Galimberti, che cosa sta succedendo?
«Niente di straordinario, in realtà. Un fenomeno molto diffuso in Inghilterra si è spostato altrove. Davvero qualcuno pensava che non potesse mai arrivare da noi?».
Da dove nasce tutta questa violenza? Molti sostengono che a monte vi siano soprattutto situazioni legate a famiglie in difficoltà.
«Quello delle famiglie disagiate è un dato oggettivo. Ma esiste anche una impressionante frigidità delle famiglie borghesi, all’interno delle quali non c’è dialogo. Il primo problema è quindi l’assenza dei genitori».
E che cos’altro?
«L’incapacità della scuola di educare. La scuola italiana è in una situazione disastrosa. Non educa, al massimo istruisce. Educare i ragazzi significa portarli dallo stadio pulsionale a quello emotivo, fare in modo che possano distinguere il bene e il male, capire la differenza tra corteggiare e stuprare».
È quella che lei chiama «risonanza emotiva».
«Certo. Nei giovani si deve formare la risonanza emotiva che non è un processo prestabilito ma educativo. Le nostre nonne che ci leggevano le favole prima dormire ci raccontavano la differenza tra bene e male. Le fiabe servivano a questo, a farci acquisire gradatamente la risonanza emotiva».
C’è chi sostiene che questi ragazzi siano privi di sentimenti. Lei che ne pensa?
«Il sentimento non è un dato naturale ma culturale. Va insegnato. Com’è sempre accaduto, dalle culture più primitive agli antichi greci con i loro miti. Oggi c’è la letteratura, dove si impara il dolore, l’amore, l’accidia, l’entusiasmo. Noi riempiamo le scuole di strumenti digitali mentre dovremmo riportare in classe la letteratura, ricordando che la scuola serve a formare. Le competenze si acquisiscono dopo».
Quanto pesa la società digitale in tutto questo?
«Moltissimo. La rivoluzione digitale influisce in modo radicale. Prendiamo i cosiddetti social che di sociale non hanno nulla. Il sociale comincia quando si è insieme, dove non c’è la persona fisica non esiste. Oggi non ci sono più oratori, partiti, luoghi di aggregazione».
Perché questi ragazzi si ribellano alle istituzioni?
«Si ribellano verso le istituzioni perché non hanno “ucciso” il mondo adulto. Perché sono “amici” dei genitori dei quali dovrebbero invece essere figli. Se non superi Edipo dove dovresti, in famiglia, lo fai nella strada o nella curva nord».

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